venerdì 4 ottobre 2013

Appello per l’apertura di un canale umanitario per il diritto d’asilo europeo

Appello per l’apertura di un canale umanitario per il diritto d’asilo europeo

Ai Ministri della Repubblica, ai presidenti delle Camere, alle istituzioni europee, alle organizzazioni internazionali

Firmate sul sito:http://www.meltingpot.org
A cadenza ormai quotidiana la cronaca racconta la tragedia che continua a consumarsi nel mezzo del confine blu: il Mar Mediterraneo.
Proprio in queste ore arriva la notizia di centinaia di cadaveri raccolti in mare, ragazzi, donne e bambini rovesciati in acqua dopo l’incendio scoppiato a bordo di un barcone diretto verso l’Europa.
Si tratta di richiedenti asilo, donne e uomini in fuga da guerra e persecuzioni, così come gli altri inghiottiti da mare nel corso di questi decenni: oltre 20.000.
Lo spettacolo della frontiera Sud ci ha abituato a guardare l’incessante susseguirsi di queste tragedie con gli occhi di chi, impotente, può solo sperare che ogni naufragio sia l’ultimo. Come se non vi fosse altro modo di guardare a chi fugge dalla guerra che con gli occhi di chi attende l’approdo di una barca, a volte per soccorrerla, altre per respingerla, altre ancora per recuperarne il relitto.
Per questo le lacrime e le parole dell’Europa che piange i morti del confine faticano a non suonare come retoriche.
Perché l’Europa capace di proiettare la sua sovranità fin all’interno del continente africano per esternalizzare le frontiere, finanziare centri di detenzione, pattugliare e respingere, ha invece il dovere, a fronte di questa continua richiesta di aiuto, di far si che chi fugge dalla morte per raggiungere l’Europa, non trovi la morte nel suo cammino
Si tratta invece oggi di "esternalizzare" i diritti. Di mettere la bando la legge Bossi-Fini e aprire invece, a livello europeo, un canale umanitario affinché chi fugge dalla guerra possa chiedere asilo direttamente alle istituzioni europee in Libia, in Egitto, in Siria o lì dove è necessario (presso i consolati o altri uffici) senza doversi imbarcare alimentando il traffico di essere umani e il bollettino dei naufragi.
Nessun appalto dei diritti, nessuna sollevazione di responsabilità ai governi europei, piuttosto la necessità che l’Europa si faccia veramente carico di evitare queste morti costruendo una presenza diretta e non terza che, fin dall’interno dei confini africani, possa raccogliere le richieste di chi chiede protezione per poi accogliere sul suolo europeo chi fugge ed esaminare qui la sua domanda.
Alle Istituzioni italiane, ai Presidenti delle Camere, ai Ministri della Repubblica, chiediamo di farsi immediatamente carico di questa richiesta.
Alle Istituzioni europee di mettersi immediatamente al lavoro per rendere operativo un canale umanitario verso l’Europa.
Alle Associazioni tutte, alle organizzazioni umanitarie, ai collettivi ed ai comitati, rivolgiamo l’invito di mobilitarsi in queste prossime ore ed in futuro per affermare
IL DIRITTO D’ASILO EUROPEO

giovedì 11 luglio 2013

Il movimento partigiano di Lauria (1944-1945): ritrovato il verbale costitutivo ufficiale del Comitato locale di Liberazione Nazionale


di Agostino Giordano
Articolo pubblicato su www.arrotinomagazine.it  l'11/07/2013
Ci sono date che passano alla storia con estrema facilità, soprattutto per la dirompenza degli eventi che le hanno contrassegnate, in positivo o in negativo.
  Ci sono, invece, altre date che fanno fatica a entrare nella storia, sia perché gli eventi che le hanno caratterizzate hanno avuto poco clamore, o perché qualcuno ha voluto cancellarle dalla memoria collettiva o semplicemente perché, a causa dell'indifferenza generale, sono finite nel dimenticatoio.
Nei giorni scorsi ho recuperato alcuni documenti fotocopiati presso l'Archivio di Stato di Potenza e trovati durante una mia ricerca sulle lotte contadine e la riforma agraria in Basilicata, specificatamente nella provincia potentina.
Mi sono ritrovato fra le mani la copia di un documento che, come tanti, rischia di finire nel dimenticatoio per svariati motivi e che, invece, forse varrebbe la pena far conoscere e divulgare.
Uno di quei documenti che, come tanti, si spera possa suscitare l'interesse di qualcuno (anche per proseguire la ricerca sulla storia e sui protagonisti locali del periodo in cui è collocato) e che, in qualche modo, possa mettere un piccolo mattone nella costruzione, sempre in progress, di quell'importante edificio pubblico immaginario che è la memoria collettiva di una comunità, di una città, di una provincia e di una regione. Soprattutto per arricchire quella “micro-storia” locale che ha dignità di essere ricordata, al pari della grande storia nazionale, fatta di grandi nomi e grandi date.
Il documento a cui sto facendo riferimento è infatti il verbale che sancì la costituzione ufficiale del Comitato di Liberazione Nazionale di Lauria, datato 25 marzo 1945 [Archivio di Stato di Potenza, Prefettura – Atti di Gabinetto (1926 – 1956), II° versamento – II° elenco, Categoria XXI, busta 112].
In realtà, come risulta in questo stesso verbale, a Lauria era già operativo un Comitato di Liberazione Nazionale quantomeno dal novembre 1944, ma non fu ufficialmente riconosciuto da tutte le forze antifasciste presenti sul territorio (Partito d'Azione e Partito Democratico del Lavoroin primis).
Addirittura, si denuncia che il precedente “pseudo Comitato” fu costituito, non solo escludendo i rappresentanti del Partito D'Azione, ma anche “senza la partecipazione del Partito Democratico del Lavoro” che, sempre in base alle parole contenute in questo importante verbale, all'epoca vantava “il maggior numero di iscritti”.
In pratica, nel 1945 a Lauria il partito che contava più iscritti era quello che aveva come rappresentante nazionale e fondatore, fra gli altri, Ivanoe Bonomi e che, nelle successive elezioni del 2 giugno 1946 ottenne circa lo 0,2% (eleggendo 9 deputati all'interno della coalizione “Unione Democratica Nazionale”).
Interessante sarebbe indagare i motivi della spaccatura del fronte dei partiti democratici e antifascisti laurioti, che sembrerebbe collocare da una parte Partito Comunista, Partito D'Azione, Partito Liberale e Partito democratico del Lavoro, dall'altra il Partito Socialista e la Democrazia Cristiana (seppur con diverse motivazioni e articolazioni).
Infatti la riunione, tenutasi nella sede del Partito Democratico del Lavoro di Lauria superiore, servì a sancire la nascita ufficiale del Comitato di Liberazione Nazionale e, non a caso il verbale fu sottoscritto soltanto dai rappresentanti di quattro partiti: Lanziani Gaetano e Rossi Domenico (eletto Presidente del Comitato) per il Partito Comunista. Mandarino Antonio e Bochicchio Canio (eletto Segretario del Comitato) per il Partito d'Azione. Petrocelli Giuseppe e Reale Vittorio per il Partito Liberale. Calabrese Matteo e Cono Priante per il Partito Democratico del Lavoro.
Fra l'altro, questi partiti chiedevano la nomina di un commissario prefettizio per il comune di Lauria, cioè che a svolgere le funzioni di Sindaco fosse una “figura estranea all'ambiente locale” che avesse potuto “svolgere la sua funzione con assoluta indipendenza, giustizia e imparzialità, a vantaggio dell'interesse generale del paese”.
Il Cln di Lauria, infatti, considerava da annullare la proposta fatta dallo “pseudo Comitato” che aveva portato alla nomina di sindaco il sig. Carlo Jelpo, pare particolarmente inviso al Rione inferiore, a causa dei suoi “precedenti politici”.
La storia spesso è fatta di contrapposizioni e divisioni che, a volte, lasciano tracce e segni per lunghi periodi. Indagarle, comprenderle e farle diventare memoria, oltre a impreziosire il patrimonio culturale di una comunità, potrebbero anche essere utili per capire l'attualità e per migliorare  il presente di una specifica società civile.
Nel frattempo, tributare un piccolo omaggio ai sottoscrittori di questo verbale, sarebbe cosa buona e giusta da parte della città di Lauria che, come tutti gli enti locali italiani, deve saldamente rimanere ancorata ai valori dell'antifascismo e della Costituzione.      

domenica 10 febbraio 2013

LA CULTURA COME ELEMENTO FONDANTE DELL’INIZIATIVA POLITICA


[il mondo della cultura è una “cittadella assediata”]

LA CULTURA COME ELEMENTO FONDANTE DELL’INIZIATIVA POLITICA
di Agostino Giordano

pubblicato su “nuova rivista Letteraria” - semestrale di letteratura sociale, n.6 – ottobre 2012

Uno degli insegnamenti che Stefano Tassinari ci ha lasciato in eredità e per il quale si è sistematicamente impegnato e battuto fino all’ultimo, è quello di considerare la cultura - intesa nel suo complesso - come uno dei pilastri e degli elementi fondanti dell’iniziativa politica.
E questo suo intendimento non è mai rimasto solo sulla carta, ma si è tradotto costantemente in prassi, militanza, lotta e conflitto.
L’aver dato vita a Bologna nel 2004, insieme a Stefania De Salvador, al Circolo del Partito della Rifondazione Comunista “Victor Jara” – Culture e spettacolo, è stata una delle dimostrazioni, tra l’altro molto ben riuscita, di come sia possibile tradurre la teoria in pratica, anche se ciò costa fatica, implica il metterci la faccia e rimetterci per quanto concerne il tornaconto personale.
Stefano ha spesso dovuto lottare contro tutto e tutti, contro le istituzioni locali e nazionali, prendendo di petto il partito dentro al quale militava – fortemente restio nel suo complesso a considerare la cultura come terreno prioritario di battaglia politica – e anche il mondo della sinistra, antagonista e non, al quale ripetutamente si riferiva per sollecitarne nette e radicali svolte, affinché fossero messe al centro del dibattito politico le problematiche legate ai vari ambiti della cultura.
Beninteso, però, che le sue sollecitazioni non si rivolgevano unilateralmente al mondo della politica, ma erano dirette anche a quello della cultura affinché non ci fossero, viceversa, remore ad affrontare e risolvere le emergenze e le criticità considerando la politica come una dimensione d’intervento indispensabile.
L’iniziativa politica teorizzata e praticata da Stefano in materia culturale aveva molteplici obiettivi. Quelli principali possono essere considerati i seguenti: opposizione alla chiusura di spazi di produzione e fruizione culturale (centri sociali e luoghi autogestiti, biblioteche, enti culturali pubblici, etc…); creazione di una rappresentanza politica degli operatori dei vari ambiti, da considerare a tutti gli effetti lavoratori (attori, musicisti, tecnici, impiegati, etc… comprendendo tutti i settori: teatro, musica, cinema, arti figurative, editoria, danza, etc…); elaborazione di vere e proprie proposte politiche, sia sul piano legislativo che per quanto riguarda il rapporto (di collaborazione o di eventuale conflittualità) con gli enti preposti al governo locale e nazionale.
Emblematici, a tal riguardo, sono diversi fatti. Fra questi senza dubbio la grande mobilitazione (attraverso la quale furono raccolte oltre 5.000 firme) organizzata da Stefano e dal Circolo Culture del Prc contro la riduzione degli orari di apertura della biblioteca comunale “Sala Borsa” di Bologna, che vide la partecipazione di tanti artisti e scrittori e che culminò con un grande concerto in Piazza del Nettuno il 25 febbraio 2006.
Stefano ha agito e si è riferito spesso a Bologna e all'Emilia-Romagna, ma le sue analisi e le sue proposte si possono estendere senza alcun dubbio anche a livello nazionale e alle altre realtà locali, deficitarie dal punto di vista delle politiche culturali.
Intervenendo a un convegno proprio in “Sala Borsa”, a Bologna, nel maggio del 2009 (1), denunciava con la chiarezza e la lucidità che gli erano proprie, la “discrepanza tra i bisogni reali e il punto di vista di chi lavora nel campo artistico-culturale”, paragonando metaforicamente il mondo della cultura a una “cittadella assediata” in cui si parla un linguaggio completamente diverso da quello di chi sta fuori, in particolare di coloro i quali dovrebbero essere gli interlocutori di chi produce cultura o se ne occupa in qualche modo: “stato, aziende, enti-locali”.
Per tentare di colmare l’enorme “discrepanza”, con la solita nettezza sosteneva quanto fosse dirimente provenire dal mondo della cultura per essere in grado di occuparsi adeguatamente di tale tematica in politica: solo in questo modo, infatti, si può evitare che ad occuparsi di cultura siano politici cosiddetti “di professione”, che spesso ne ignorano peculiarità e problematiche, avendo ricevuto l’incarico esclusivamente sulla base di assurdi calcoli che incastrano equilibri di schieramenti o coalizioni.
Altro passaggio fondamentale, smascherare le ipocrisie e le contraddizioni dei poteri forti: fondazioni bancarie, fiere, università, etc, le quali formalmente si pongono in un modo, ma nella pratica fanno tutt’altro. Nell’ambito di quel convegno del 2009 intervennero anche alcuni vertici del mondo accademico bolognese e fu Stefano a denunciare in quella sede la repressione operata dall’Università di Bologna contro gli studenti di “Bartleby”, uno spazio universitario inutilizzato e quindi occupato, da lui definito “un luogo culturale”, fondato da studenti “bravi e colti”. A quel convegno l’Università si era presentata con belle parole e tante buone intenzioni, ma venne inchiodata alle proprie responsabilità da chi vedeva una palese “discrasia” tra l’ufficialità dei propositi e la realtà della repressione e della chiusura di luoghi culturali.
Le grandi fondazioni rappresentavano per Stefano un altro ostacolo alla diffusione della cultura. Proprio nel 2009 una fondazione bancaria di Bologna “tolse” un milione e mezzo di euro destinati alla provincia, in cui rientravano i 16.000 euro che dovevano essere utilizzati per “La parola immaginata” (prestigiosa rassegna a carattere internazionale - da lui curata e diretta - di letteratura, musica e immagini, che ha visto la partecipazione di grandi artisti e scrittori), che senza quelle risorse diventava impossibile portare avanti. Destino comune, questo, a tante altre simili esperienze di produzione culturale di qualità, innovative, sperimentali.
“Viviamo in una condizione di emergenza a Bologna come in Italia”. In Italia, denunciava sempre durante quell'intervento del 2009 - ma lo ripeteva spesso in altre situazioni e contesti - c'è stato un taglio pesantissimo del Fondo Unico per lo spettacolo, in quanto si è passati nel giro di un anno da 460 a 360 milioni di euro all'anno. Quando si parla di Fondo Unico bisogna intendere tutto: teatro, cinema, danza, musica, attività circense, etc... Tanti strabuzzavano gli occhi quando ricordava che in Francia il Fondo Unico per lo spettacolo era pari a circa 7 miliardi e 200 milioni di euro all'anno.
I tagli alla cultura fatti dai governi nazionali, quello Berlusconi in particolare, erano per Stefano gravi e inaccettabili, però il vero problema era da individuare nel fatto che la cultura non è mai stata considerata un investimento e, a livello di iniziativa politica e di scelte governative, il cosiddetto “centro-sinistra” non ha fatto altro che inseguire il centro-destra sullo stesso terreno. Il che ha portato spesso gli enti locali, incapaci di gestire le politiche culturali, con troppa facilità a scaricare qualsiasi tipo di responsabilità sui tagli imposti dal governo, lavandosene bellamente le mani e assistendo impassibili alla desertificazione di intere comunità e territori o, addirittura, a tagliare anche quando non era indispensabile farlo.
La logica aziendalista e produttivista delle destre e la tendenza continua alla privatizzazione della cultura rappresentavano, secondo Stefano, elementi da scardinare. Illuminante in proposito l'esempio della “Legge Carlucci” in cui è previsto il finanziamento dei teatri in base al numero degli spettatori, concezione che si trova spesso ribadita anche nei programmi delle coalizioni di centro-sinistra e che, se applicata, può essere davvero deleteria. In totale contrasto Stefano ripeteva che “la cultura deve poter lavorare sulla contemporaneità anche dei costi” e che la realizzazione di produzioni di nicchia deve poter essere preservata.
Le privatizzazioni e la tendenza a creare fondazioni sono state fallimentari e soprattutto, sempre per tornare alle parole di Stefano, “l'intervento dei privati nelle fondazioni liriche non ha portato quei benefici che Veltroni prima e la Melandri poi speravano!”
Erano queste le cose che secondo Stefano bisognava dire per “capire come uscire da una situazione di grandissima crisi”. Sempre secondo dati da lui forniti nel 2009, in Italia erano circa un milione le persone iscritte all'Enpals (Ente Nazionale di Previdenza e di Assistenza per i Lavoratori dello Spettacolo, le cui funzioni nel 2011 sono passate all'Inps), 300.000 i lavoratori dello spettacolo in Italia (soltanto a Roma 55.00 addetti nelle imprese audiovisive, con un indotto di 110.000), mentre le imprese culturali riscontrabili sul territorio nazionale circa 27.000.
Dal 2009 la situazione è sicuramente peggiorata ma quelle cifre (anche se oggi non sono esattamente le stesse) ci parlano di un pezzo di società importante, fatto di gente in carne e ossa, “un patrimonio che sta per essere massacrato dalla “mancanza di sensibilità del mondo politico e del mondo imprenditoriale” e dalla ricerca continua del grande evento che è accettabile se allestito da un privato, ma che diventa “catastrofico” se ad organizzarlo è un ente pubblico, poiché, ad esempio, “non è possibile che per un solo grande evento si spendano tutte le risorse che possono essere distribuite su un'intera stagione”.
La mancanza di progettualità, un'altra problematica molte volte sollevata da Stefano e riferita in particolar modo a Bologna ma ovviamente estendibile a molte altre realtà. Si mettono in campo faraonici progetti infrastrutturali legati alla costruzione di strade, metropolitane, civis, people-mover , ponti, tav e quanto altro, ma di progetti culturali nemmeno l’ombra. Per non parlare delle idee e delle proposte, quasi mai recepite. Stefano teneva tanto, facendo riferimento alla città di Bologna, alla realizzazione della “Casa della Letteratura”, un progetto a carattere europeo nato circa quattordici anni fa e portato avanti dall’associazione di scrittori del capoluogo emiliano. Come lui temeva, ad oggi è ancora lettera morta, anche se permane la speranza che possa prima o poi realizzarsi.
In un’intervista rilasciata per il periodico on line www.e-rossa.it nel febbraio 2011 (2), Stefano, analizzando gli aspetti positivi e quelli negativi del mondo artistico – culturale dell’Emilia-Romagna in relazione agli interventi legislativi regionali, esprimeva anche una serie di valutazioni, di idee e di pareri che possono essere considerati punti cardine di una proposta complessiva riferita alle politiche culturali.
Riteneva strumenti molto importanti ed efficaci le cosiddette “leggi di settore”, specifiche per ogni diverso ambito della cultura e che, quando sono state attuate, hanno portato buoni risultati, mentre, nei settori dove non si sono realizzate se ne sente l’esigenza. Quando l’amministrazione regionale è stata vicino agli ambienti della produzione culturale e artistica si sono ottenuti esiti positivi. Riconoscere e promuovere le “vocazioni locali” di ogni singola provincia o di un territorio aiuta a non sovrapporre gli interventi e ad evitare casi di sovrapproduzione culturale o altri di scarsa produzione. In periodo di crisi e a causa dei tagli agli enti locali operati dal governo nazionale si può razionalizzare senza per forza mettere in ginocchio un determinato settore; senza dubbio ci sono degli ambiti dove si può “razionalizzare di più” per evitare che si taglino risorse alla cultura.
Una legge di settore molto importante che, ad esempio in Emilia-Romagna ancora manca e rispetto alla quale Stefano aveva lavorato realizzando un progetto, è quella sull’editoria, a tutela delle case editrici e delle librerie indipendenti. La prepotente affermazione delle “libreria di catena” e delle librerie negli ipermercati diminuisce la possibilità di scelta per i lettori che si trovano innanzi soltanto “libri prefabbricati” o “commercialmente interessanti” (ovviamente per chi li produce), mentre “si taglia alla radice la cultura alternativa, la cultura di ricerca, la cultura di sperimentazione, la cultura altra rispetto a quella televisiva che ormai passa attraverso i romanzi, i saggi, i libri, la cosiddetta varia”. Ecco perché secondo Stefano era fondamentale preservare e tutelare le librerie indipendenti e le biblioteche che, specie per i piccoli centri, spesso rappresentano l’unico presidio di civiltà. Tutto ciò, però, secondo lui doveva essere fatto attraverso una legge, per aiutare i piccoli proprietari di librerie a pagare gli affitti, a volte davvero esorbitanti, o le piccole case editrici a sopravvivere (specie quelle che valorizzano gli scrittori veri e non quelli che pubblicano qualsiasi cosa purché a pagamento da parte dell’autore). Una legge “per normare la divulgazione alta”, per esportare la nostra cultura editoriale e la produzione culturale. E poi? E poi secondo Stefano si doveva fare di più per il cinema, per il teatro, per la musica, per tutelare i musei e per tanto altro.
Le riflessioni, le parole e le proposte di Stefano Tassinari sono di un’attualità dirompente e la sua (la nostra) battaglia politica per la Cultura è ancora tutta davanti a noi.


  1. Il video dell'intervento si trova sul sito www.wumingfoundation.com
  2. Il video dell’intervista si trova sul sito dell' archivio on line www.stefanotassinari.it

martedì 19 giugno 2012

Caos e follia – La Lucania e il suo territorio secondo Manlio Rossi-Doria e Carlo Levi 

 di Agostino Giordano

Articolo pubblicato su “nuova rivista Letteraria” - semestrale di letteratura sociale n. 5 maggio 2012


 “Non vi fate illusioni, la vostra terra è povera e rimarrà povera” (1). In questo modo il meridionalista Manlio Rossi-Doria, parlando al Teatro Stabile di Potenza l’8 ottobre 1947, prospettava ai lucani il loro futuro, senza mezzi termini e con la lucidità che lo contraddistingueva. Rossi-Doria parlava, infatti, come se avesse già dinanzi agli occhi le immagini dei contadini costretti a lasciare la Basilicata per cercare lavoro altrove: l'esito socialmente disastroso, per questa regione, del futuro “boom” economico del Paese. Quel giorno Rossi Doria tracciò un quadro preciso, dettagliato e allo stesso tempo sintetico del territorio lucano, specificandone la estrema e determinante eterogeneità. Si muoveva fra le coordinate segnate circa quarant’anni prima dall’agronomo Eugenio Azimonti, suo maestro di gioventù (2). Azimonti aveva diviso la Basilicata in quattro principali zone: 1) Lucania Alta (montagna); 2) Lucania Bassa (zona del Mare, identificabile con la Piana di Metaponto, la Valle dell’Ofanto e una parte della Valle del Bradano); 3) Lucania Felice (zona vulcanica del Vulture); 4) Zona Intermedia (cioè quella compresa tra il mare e la montagna, zona caratterizzata dalle argille e dalla coltivazione del grano, dove erano diffuse precarietà e disperazione, in cui non esistevano dinamiche capitaliste, ma a dominare era il cosiddetto “Latifondo contadino”) (3). Bisogna qui precisare che Rossi-Doria divideva il Mezzogiorno agricolo in due principali aree: il Mezzogiorno “nudo” (ad agricoltura estensiva) e il Mezzogiorno “alberato” (ad agricoltura intensiva, fondato sulle attività viticola, olivicola e ortofrutticola). Il Mezzogiorno “nudo” veniva a sua volta suddiviso in due zone: una ad agricoltura estensiva capitalistica (caratterizzata in gran parte da ordinamenti che vedevano la presenza di lavoratori salariati), mentre l'altra ad agricoltura estensiva contadina, in cui cioè i grandi latifondi erano frazionati in piccole unità di coltura che alimentavano la precarietà e la dispersione del lavoro contadino; tale zona veniva definita del “Latifondo Contadino”. Se sommariamente si poteva dividere in quattro principali aree il territorio lucano, in realtà individuare fisicamente le linee di confine fra ciascuna di esse era estremamente difficile, data la complessa disomogeneità del paesaggio agrario della regione. Difatti, quando si parla di Montagna, cioè di Lucania Alta, bisogna tener conto delle differenze che intercorrono tra la montagna del Lagonegrese, quella della Val d’Agri e la montagna potentina, che confermano visibilmente la difformità della montagna lucana nella sua globalità. Considerando le zone di territorio comprese nella cosiddetta Lucania Alta, per quanto riguarda l'economia agricola, all'indomani della fine del secondo conflitto mondiale, si poteva puntare maggiormente sull'attività del pascolo e meno sulla coltivazione vera e propria, soprattutto a causa della minima disponibilità di terreni produttivi. Ovviamente, non si intravedevano soluzioni omogenee, tanto è vero che per la Val d’Agri, caratterizzata da un clima meno rigido e più mite (con la presenza di fette di terra più ricche e fertili sparse qua e là), si prospettava una trasformazione fondiaria che avrebbe potuto e dovuto includere un’autentica bonifica, per sfruttare al meglio le potenzialità di questo territorio montano diverso dagli altri. Anche per questi motivi Manlio Rossi-Doria parlava di trasformazione “puntiforme” per quanto riguarda la Lucania Alta (4) . La Basilicata è forse la regione d'Italia che meglio di altre incarna la metafora letteraria ideata dallo stesso Rossi-Doria per rappresentare l'ambiente e le risorse naturali, quella de “la polpa e l'osso”, con un’evidente e preponderante, spesso drammatica, presenza dell'osso. Più chiaramente invece si potevano e si possono distinguere la Lucania Felice e la Lucania Bassa, le due aree della regione con le maggiori risorse e potenzialità di sviluppo. Nell’immediato Secondo Dopoguerra la Lucania Felice, cioè il Vulture – Melfese, si presentava come la zona più densamente abitata (con circa 120 – 150 ab. per Kmq, mentre il resto della regione ne contava in media circa 50). In essa il paesaggio agricolo era contraddistinto da vigneti, oliveti e frutteti: qui i terreni si presentavano molto fertili e decisamente adatti a un tipo di coltivazione intensiva. L’oasi vulcanica della regione, dominata dalle dolci colline del Vulture in cui si coltivano ancor oggi le ottime uve dell’Aglianico, faceva sì ben sperare, ma molto c’era ancora da fare, specie sulla strada della cooperazione e dell’inserimento dei prodotti agricoli nel movimento del mercato nazionale. La Lucania Bassa, la cosiddetta zona delle “Marine”, da considerare soprattutto per la Piana di Metaponto, era il luogo in cui per secoli a dominare erano state le paludi e la malaria. Nel 1947 il Metapontino (che sarà completamente liberato dalla piaga della malaria tra il 1948 e il 1949 attraverso un impiego massiccio di DDT) aveva ancora un’agricoltura estensiva scarsamente progredita, contrassegnata dalla soffocante presenza del latifondo. Qui essenziale ed urgente era un’azione dello Stato nella direzione di una riforma, sia per quanto riguardava il regime fondiario, sia per quanto concerneva gli interventi di bonifica: solo così questa zona avrebbe potuto diventare, come infatti sarà, la più ricca di potenzialità e risorse per lo sviluppo economico di tutta la regione. Il discorso cambiava totalmente quando invece si analizzava la cosiddetta Zona Intermedia, da far coincidere sostanzialmente con la superficie compresa tra il mare e la montagna: il Basso Potentino, l’Alto Materano, le Medie Valli dei fiumi Basento, Agri, Sinni e loro affluenti. In questa zona la produzione agricola era frammentata in piccolissime imprese contadine, il lavoro era durissimo perché difficili e aspri i terreni da lavorare e la coltivazione preminente era quella del grano. Dal punto di vista della geomorfologia, bisognava e bisogna fare i conti con territori in prevalenza soggetti a frane e smottamenti, spesso situati su zone sismiche, caratterizzati in molte parti da nudi paesaggi argillosi. Le straordinarie pagine del libro di Carlo Levi Cristo si è fermato ad Eboli, in cui l’autore descrive le cosiddette “dolomiti lucane” e i particolari luoghi del suo confino nella provincia di Matera, a questo proposito ci descrivono il paesaggio in maniera così intensa e chiara, che soltanto la telecamera di Francesco Rosi e lo sguardo di Gian Maria Volontè hanno potuto restituirci nel 1979 quelle dolorose e meravigliate emozioni. Simili sensazioni le suscita anche la famosa pellicola di Pier Paolo Pasolini Il Vangelo secondo Matteo, film girato prevalentemente a Barile e a Castel Lagopesole (in provincia di Potenza), nonché a Matera, fra i Sassi e non solo. Carlo Levi fu confinato in Basilicata dal regime fascista alla fine del 1935 e vi rimase per tutto l'anno successivo. Per un primo brevissimo periodo fu mandato a Grassano, successivamente ad Aliano (chiamato “Gagliano” dall'autore nel romanzo), sempre nella provincia di Matera. Così descrive il paesaggio visto da Gagliano nelle prime pagine del libro, pubblicato per la prima volta nel 1945 e che racconta proprio l'esperienza del confino: “[...] Amavo salire in cima al paese, alla chiesa battuta dal vento, donde l'occhio spazia in ogni direzione su un orizzonte sterminato, identico in tutto il suo cerchio. Si è come in mezzo a un mare di terra biancastra, monotona e senza alberi: bianchi e lontani i paesi, ciascuno in vetta al suo colle, Irsina, Craco, Montalbano, Salandra, Pisticci, Grottole, Ferrandina, le terre e le grotte dei Briganti, fin laggiù dove c'è forse il mare, e Metaponto e Taranto . [...]” (5). Levi pagina dopo pagina ci regala descrizioni e stati d'animo eccezionali che sembrano intrecciarsi con le osservazioni e le analisi, rigorose e scientifiche, degli economisti agrari che, con il loro linguaggio tecnico, ci rendono un quadro disperato e drammatico della realtà lucana. Manlio Rossi–Doria, in particolare, che amava la terra lucana nonostante anch'egli vi fu confinato durante il fascismo, ne auspicava il riscatto e allo stesso tempo era spietato nelle considerazioni socio-economiche riferite a questa regione. Nel 1947 era pienamente convinto che in questa Zona Intermedia non si potesse neanche parlare di agricoltura, ma semplicemente di “caos e follia”. Qui tutto era da rifare, poiché, secondo le parole dello studioso, “…è assurdo il vivere come lì si vive, è assurdo coltivare il grano come lo si coltiva; è assurdo trattare la terra come la si tratta; è assurdo tutto. Debbo, però, dirvi che è proprio rispetto a queste zone che è più difficile trovare una soluzione, indicare la strada da percorrere. Tanti prima di me se ne sono occupati, ed io continuamente ci vado pensando, ma una soluzione chiara non la so ancora vedere” (6). Il problema evidentemente non era solo la conformazione fisica del territorio, ma anche come l’uomo vi era intervenuto e si rapportava ad esso, cioè con politiche agricole indubbiamente sbagliate e prive di progettualità e sistematicità. Per queste zone intermedie, la soluzione per uscire fuori dal “caos” e dalla “follia” si doveva dunque ricercare nella creazione di medie o grandi imprese cooperative in grado di competere sul mercato e nell’aiutare la piccola impresa contadina esistente a uscire dalla dimensione della sussistenza. A questo punto per rendere meglio l'idea, ritorniamo alle parole di Levi: “[...] Dinanzi a me, verso occidente, dietro le larghe foglie verdi e grigie del fico dell'orto e i tetti delle ultime catapecchie digradanti in pendio, sorgeva il Timbone della Madonna degli Angeli, un monticciuolo di terra tutto incavi e sporgenze, con poca erba rada qua e là nella parte meno dirupata, come un osso di morto, la testa di un femore gigantesco, che portasse ancora attaccati dei brandelli secchi di carne e di pelle. A sinistra del Timbone, per un tratto lunghissimo, fino a laggiù in fondo, verso l'Agri, dove il terreno si spianava in un luogo detto il Pantano, era un seguirsi digradante di monticelli, di buche, di coni di erosione rigati dall'acqua, di grotte naturali, di piagge, fossi, collinette di argilla uniformemente bianca, come se la terra intera fosse morta, e ne fosse rimasto al sole il solo scheletro imbiancato e lavato dalle acque. Dietro questo ossame desolato era nascosto, su una piccola altura sul fiume malarico, Gaglianello, e più lontano si vedeva il greto dell'Agri. Di là dall'Agri, su una prima fila di colline grigie, sorgeva bianco Sant'Arcangelo, il paese di Giulia, e dietro, più azzurre, si levavano altre colline e altre ancora, schierate più indietro, con dei paesi vaghi nella distanza, e più in là ancora i borghi degli albanesi, sulle prime pendici del Pollino, e dei monti di Calabria che chiudevano l'orizzonte” (7). Che la Basilicata abbia una conformazione geomorfologica particolarmente complessa e difficile, d’altra parte, è confermato anche da un saggio di Federico Boenzi dal titolo esemplificativo Lo scenario della fragilità, che mette chiaramente in evidenza la condizione instabile e precaria (con appunto il concetto di fragilità alla base di tutte le conclusioni) della Basilicata dal punto di vista morfostrutturale (8). Dopo aver individuato nella regione due principali complessi strutturali (a ovest la catena appenninica e ad est l'Avanfossa Bradanica), Boenzi procede col distinguere quattro fondamentali aree con caratteristiche omogenee: la montagna appenninica interna, contraddistinta sia dalla massiccia presenza di alti rilievi, sia da depressioni che hanno diverse origini e che per la gran parte sono state sedi di laghi; la montagna appenninica esterna, costituita da difformi pieghe geologiche, in cui troviamo il Monte Vulture (zona vulcanica) nella parte Settentrionale; i rilievi collinari dell'Avanfossa bradanica, caratterizzati da varie dorsali che vanno da Nord-Ovest a Sud-Est, da terrazzi marini che degradano verso il mare e da terrazzi fluviali posti a diverse quote che accompagnano il corso del Fiume Bradano; l'altopiano della Murgia Materana, in pratica l'altopiano calcareo che dalla città di Matera si estende fino alle Murge della confinante Puglia. Tutte e quattro le zone hanno in comune la rapida evoluzione dei loro rilievi (monti, colline, altipiani, dorsali, terrazzi, etc.), provocata dai movimenti delle faglie, che a loro volta si spostano per effetto del moto tettonico. Oltre alla presenza di un elevato tasso di sismicità, l'altra conseguenza derivante dai moti tettonici, ma dovuta anche ai fenomeni climatici (come, ad esempio le intense precipitazioni) è rappresentata dai costanti e diffusi movimenti franosi. Questo e altri importanti studi tecnici, che certo non scarseggiano, fanno dire a Federico Boenzi che “La Basilicata, in effetti è, come ben si sa, una delle regioni italiane più rappresentative quanto a problemi di stabilità di versanti e alle conseguenti difficoltà che da essi scaturiscono per qualsiasi tipo di programmazione” (9). Il Fascismo aveva vincolato la Basilicata alla funzione marginale di “Terra di Confino”, in cui relegare gli oppositori politici e i personaggi scomodi al regime: una condizione di isolamento che aveva spinto la regione a chiudersi sempre di più rispetto al suo esterno. Nel Secondo Dopoguerra invece la Lucania stava pian piano diventando un laboratorio di studi e una fonte di ricerche (spesso era considerata come un paradigma rispetto alla risoluzione dei problemi dell'intero Mezzogiorno) che in un qualche modo le cominciavano a dare dignità e strumenti per rinnovarsi. Due intellettuali come Carlo Levi e Rossi-Doria contribuivano enormemente a indirizzare i lucani sulla strada dell'emancipazione e del risveglio, nella direzione di una generale assunzione di responsabilità. Secondo Bernard Kayser “Carlo Levi e Manlio Rossi-Doria hanno rivelato all'Italia e al mondo la situazione del Mezzogiorno attraverso quella della Lucania. Essi hanno consegnato a un opinione pubblica locale spesso reticente l'immagine di una realtà che essa non voleva, o non poteva, vedere e conoscere. Essi hanno risvegliato, in una parte delle èlite, e degli intellettuali lucani, un meridionalismo moderno del quale essi ignoravano di essere portatori e che anima ancora la maggior parte di essi” (10) . I problemi del Mezzogiorno d'Italia, oggi sono decisamente cambiati, ma non certamente la conformazione territoriale e il paesaggio, men che meno le condizioni e le sensazioni diffuse di precarietà e insicurezza. Per affrontare tali problematiche, dunque, perché non adottare un approccio decisamente utile come quello di Manlio Rossi-Doria e Carlo Levi ?

 NOTE:
 (1) Manlio Rossi-Doria, I prossimi dieci anni in Lucania - Discorso tenuto al Teatro Stabile di Potenza l’8 ottobre 1947, in Riforma agraria e azione meridionalista (seconda edizione), Bologna, Edizioni Agricole, 1956, pag. 279; la prima edizione del testo è del 1948.
 (2) Cfr. Eugenio Azimonti, Il Mezzogiorno agrario quale è : relazioni e scritti - raccolti da Giustino Fortunato (Seconda edizione aumentata), Bari, Laterza, 1921; Eugenio Azimonti, La colonizzazione in Basilicata, Roma, Tipografia del senato, 1929. Per quanto riguarda il rapporto di Manlio Rossi-Doria con Azimonti cfr. Manlio Rossi – Doria, La gioia tranquilla del ricordo : memorie 1905-1934, Bologna, Il mulino, 1991.
 (3) Manlio Rossi-Doria, I prossimi dieci anni in Lucania, op. cit. , pag. 280
 (4) Manlio Rossi-Doria, I prossimi dieci anni in Lucania, op. cit., pag. 282
 (5) Carlo Levi, Cristo si è fermato ad Eboli, Torino, Einaudi, 1990 (la prima ed. è del 1945), pag. 5.
 (6) Manlio Rossi- Doria, I prossimi dieci anni in Lucania, op. cit., pag. 284.
 (7) Carlo Levi, Cristo si è fermato ad Eboli, op. cit. Pag. 96
 (8) Cfr. Federico Boenzi, Lo scenario della fragilità, in Lidia Viganoni (a cura di), La Basilicata oltre il Sud, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1997.
 (9) Ibidem, pag. 33
 (10) Bernard Kayser, La svolta degli anni Cinquanta: una testimonianza, in Lidia Viganoni (a cura di), La Basilicata oltre il Sud, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1997, pag. 434.

martedì 10 gennaio 2012

In piedi e seduti.

Una breve riflessione su Leo Longanesi, tra qualunquismo e conservatorismo.
di Agostino Giordano

Articolo pubblicato sulla "Nuova rivista Letteraria" - numero 4, novembre 2011


La storia delle destre italiane e del conservatorismo nostrano è senza dubbio caratterizzata anche da personaggi decisamente eccentrici e bizzarri: veri e propri intellettuali che spaziavano tra i varì campi dei saperi e delle arti, esercitando una forte influenza sullo scenario del dibattito politico. Questi personaggi li troviamo in modo particolare negli anni immediatamente successivi alla fine della Seconda guerra mondiale e per buona parte degli anni '50, cioè una fase storica aspra e conflittuale, caratterizzata da un contesto economico-sociale tragico e drammatico. Una di queste eminenti e autorevoli figure è senza dubbio quella di Leo Longanesi.
Longanesi è stato uno di quei commentatori delle vicende del nostro Paese che ben ha incarnato lo spirito di una parte della borghesia italiana, quella cioè che ha sempre contrastato e delegittimato la dimensione della politica in tutti i suoi ambiti e a tutti i suoi livelli, senza sconti né per le forze di governo e né per quelle di opposizione (“né di destra, né di sinistra”). Ovviamente questo approccio contrappositivo rispetto al mondo della politica e dei partiti ha spesso incontrato e si è confuso con gli umori e i sentimenti popolari più prossimi a quel qualunquismo che ha ravvivato e rafforzato le file delle formazioni e delle componenti della destra italiana. Proprio grazie agli evidenti tentativi di volare alto, quello di Longanesi è un tipo di qualunquismo che potremmo definire “d'élite”, un punto di vista particolare che comunque è sempre sopravvissuto nella storia contemporanea del nostro Paese e che, con alterne fortune, è arrivato sino ai giorni nostri e torna alla ribalta quando la politica mostra evidenti segni di crisi e di degenerazione.
In piedi e seduti, ad esempio, è il titolo di un libro di Leo Longanesi - la cui prima edizione è del 1948 - in cui vengono analizzati alcuni episodi decisivi per la storia italiana che va dal 1919 al 1943. Le sue considerazioni sono ciniche, i suoi giudizi verso i protagonisti delle vicende storiche narrate sono spietati e senza possibilità di appello, forti di un comodo, furbo e intelligente punto di vista apparentemente super partes. Rispetto ai nostri contemporanei “qualunquisti d'élite” al servizio delle destre, Longanesi rappresenta senza dubbio uno dei migliori maestri.
Spietata è infatti la condanna dei gruppi dirigenti liberali e socialisti, considerati – insieme alla Monarchia - pavidi e rinunciatari alla vigilia della prima guerra mondiale. Un'intera fase storica drammatica e tragica viene ridimensionata al livello di un'enorme farsa, in cui sono sbeffeggiati persino i protagonisti che risultano esserne i vincitori (come Mussolini e D'Annunzio, ad esempio, considerati i veri artefici dell'intervento italiano nel primo conflitto mondiale).
Un giudizio decisamente inedito e controcorrente rispetto all'affermazione del potere fascista in Italia Longanesi lo esprime nel momento in cui attribuisce la responsabilità della diffusa repressione attuata dalle camicie nere alle “violenze sovversive” praticate dai “rossi” socialisti. Tanto è vero questo che secondo Longanesi, agli inizi degli anni Venti del Secolo scorso, gli italiani “non comprendono lo spirito” dei terroristi e applaudono alle prime squadre di azione che “praticano la violenza”. Di conseguenza: “Il fascista in camicia nera, armato di bastone, che assale i cortei proletari, brucia le bandiere rosse, devasta le Camere del Lavoro e taglia la barba ai deputati socialisti ora entra da padrone nella vita nazionale.” Ed ecco una puntuale precisazione, priva di ogni fondamento storico, tipica di chi vuole ridimensionare i crimini e le responsabilità del fascismo, ma che, de facto, lo rivaluta: “A cercare nella storia del fascismo i responsabili dei varì delitti e delle varie aggressioni commesse in Italia, si scopre che sono sempre gli stessi uomini, cioè poche decine di persone. Gli altri, i cosiddetti squadristi, non erano che il coro, la massa decorativa che sia accontentava di bruciare le bandiere rosse o di allungare qualche ceffone, e fischiare sotto le Camere del Lavoro e le Prefetture del Regno.” Considerazioni simili le fanno gli esponenti della attuali destre italiane, fautori di una nuova “riconciliazione” nazionale tesa a cancellare i valori della Resistenza. Senza mezzi termini e senza peli sulla lingua secondo Longanesi durante il fascismo “Lo Stato diventò qualcosa di solido, di visibile: ebbe un indirizzo preciso, un campanello, un nome sull'uscio: Mussolini. E lo Stato fascista fu democratico: il portiere potè dare seri fastidi al proprio padron di casa, l'operaio potè diventare Seniore della Milizia e chiunque, purchè credesse, poteva ricorrere all'appoggio dello Stato contro chi fosse più ricco di lui. La piccola Borghesia ebbe il suo regime livellatore, che la difese dalla grande borghesia e dal proletariato, finché fu possibile.” Il regime fortunatamente cadde nel 1943 (ma solo nel 1945 e al termine della guerra l'Italia si liberò dal giogo dei nazifascisti) e l'immagine che propone Longanesi - sempre molto abile dal punto di vista letterario - è quella degli italiani che passano dall'essere “in piedi” protesi alla conquista dell'Impero in Africa verso la metà degli anni '30 (emblematica è l'impresa di Adua) ad essere “seduti” all'indomani dell'8 settembre del '43, intenti a leccarsi le ferite mentre i soldati tornano a fare i “borghesi” di ritorno dal fronte.
Gli attacchi frontali al mondo della politica - e in particolare al sistema partitocratico - Longanesi li portò poi avanti, con il solito approccio elitario, attraverso le pagine de Il Borghese, il noto periodico culturale basato sui tradizionali valori della borghesia e fondato nel 1950 (diretto fino al 1957), che divenne un punto di riferimento importante per una parte della destra italiana e che successivamente venne anche utilizzato come strumento di lotta al “malcostume” della società e della politica.
L'invettiva qualunquista però sembra davvero essere stata l'arma preferita dall'intellettuale Longanesi (scrittore, disegnatore, letterato, giornalista, etc.) che non a caso dal 1937 al 1939 diresse il popolare e antesignano rotocalco Omnibus (che ne aveva “per tutti” e che, fra le altre cose, ha pubblicato e tradotto numerosi scrittori censurati dal Fascismo, fra cui Hemingway) e scrisse poi anche per l'altrettanto popolare periodico Candido (più nettamente populista e anticomunista), fondato nel 1945 e diretto fino al 1957 da Giovannino Guareschi.

domenica 24 luglio 2011

Noi, i ragazzi del G8 di Genova

Nel decennale dell'evento che sconvolse l'Italia il racconto di un testimone lauriota di quei giorni terribili. Per comprendere cosa c'è dietro lo slogan "un altro mondo è possibile". E per scoprire che la speranza e la passione di un'intera generazione non si sono infrante nel capoluogo ligure



di AGOSTINO GIORDANO - articolo pubblicato su "Il Prometeo Lucano" - anno 01 n° 29 / 22 luglio 2011



Raccontare l'esperienza vissuta a Genova nel luglio del 2001, a distanza di dieci anni esatti, può sembrare un'operazione inutilmente retorica, indirizzata soltanto a chi è stato partecipe di quelle straordinarie e al contempo tragiche giornate, oppure a chi oggi ha quindici o venti anni e, dalle scuole occupate alle piazze delle varie indignazioni, dai comitati referendari per i beni comuni alle comunità “no-tav” della Val di Susa, vive la politica con radicalità e potrebbe incuriosirsi sentendo parlare di ciò che successe dieci anni fa. Le parole “Genova 2001”, “G8”, “Diaz”, “Bolzaneto”, “Carlo Giuliani”, “Placanica”, etc., in molti casi purtroppo oggi a tanti – specie giovani – non dicono nulla perché dimenticate, in altri casi vivono in una dimensione mitica, scollegate dalla quotidiana attualità.

Queste parole sono evidentemente riconducibili a un preciso evento storico, che è stato unico e irripetibile. In questa sede non voglio fare un racconto esaustivo di quelle giornate, né una cronistoria di tipo giornalistico, ma una narrazione particolare, nel senso che parte dal mio punto di vista e con esso si esaurisce, senza pretese di dimostrare alcunchè... anche perchè, come in tanti altri casi, sono davvero i fatti a parlare chiaro.

Sono arrivato all'appuntamento con Genova 2001 facendo alcuni passaggi intermedi fondamentali: le imponenti e determinate manifestazioni contro il WTO del novembre 1999 a Seattle (Usa), ebbero una tale eco anche in Europa e in Italia, che in tanti ragazzi e giovani ben presto si diffuse la consapevolezza di essere parte di un movimento globale (“movimento dei movimenti”) che metteva al centro la nobile istanza di volere e potere costruire “un altro mondo possibile”, contro la precarietà dell'esistenza e contro le ingiustizie sociali. Gli appuntamenti dei potenti divennero presto l'occasione imperdibile per dimostrare la forza di quel movimento e lo scenario mediatico migliore per far prevalere la voce dei ceti deboli, contro un sistema sordo, attento solo ai profitti di pochi miliardari. Insieme a tanti altri ho preso parte a diversi cosiddetti “contro – vertici” (fra cui quello di Napoli - Stop “Global Forum” - del marzo 2001), cioè quelle manifestazioni che contestavano i vertici dei potenti, gli appuntamenti ufficiali dei capi di stato, dei banchieri, dei finanziari, di coloro che decidevano (e in molti casi ancora decidono), il nostro futuro e il futuro dei nostri figli, muovendo le leve dell'economia mondiale a scapito della pace e della giustizia. La maggior parte delle volte queste manifestazioni, pacifiche e colorate, che accerchiavano le riunioni dei notabili dell'economia e della politica mondiale, sono state bruscamente interrotte dalla repressione delle forze di polizia. A Genova, al summit dei rappresentanti degli 8 Paesi più industrializzati e potenti del Mondo, ci arrivammo quindi consapevoli della possibilità di trovarci difronte ad un muro innalzato per non ascoltare le nostre voci e le nostre istanze. La volontà di non ascoltarci si concretizzava duramente mediante le altissime grate di ferro con le quali fu circondata la cosiddetta “zona-rossa” del centro storico del capoluogo ligure, che ospitava le delegazioni dei potenti. Di sicuro però tanti di noi non si aspettavano quello che poi accadde: una repressione terribile, una violenza inaudita scagliata perlopiù contro manifestanti indifesi e inermi. A Genova ci sono arrivato la sera di mercoledì 18 luglio, con un treno stracolmo di migliaia di manifestanti partito da Bologna. Il giorno dopo, giovedì 19, c'è stata la straordinaria e surreale manifestazione per i diritti dei migranti: bella, grande e colorata, che attraversava una città fantasma, blindatissima, in cui timidamente qualcuno ogni tanto esponeva dai balconi o dalle finestre mutande o lenzuola, per protestare contro l'invito dell'allora Presidente del Consiglio in carica Silvio Berlusconi di non rovinare la vetrina su cui erano puntati gli occhi e i riflettori del mondo.

Ma un mondo nuovo (l'altro mondo possibile) era anche lì a Genova, allo stadio Carlini che ospitava migliaia di giovani, nelle assemblee che si susseguivano e in cui si parlava di beni comuni e di diritti, di solidarietà sociale e di partecipazione. Un mondo nuovo era stato il percorso che ci aveva portato lì, che avevo toccato con mano non solo nella città in cui ho frequentato gli studi universitari e dove vivo (Bologna), ma anche in Basilicata e a Lauria, dove i dibattiti pubblici e i giovani mobilitati attorno alle tematiche esplose e poi soffocate a Genova furono tanti, vivi, appassionati e appassionanti.

Il 20 luglio però le passioni, i sogni e le speranze sembravano davvero essersi infrante contro la brutale e inaudita repressione delle cosiddette forze “dell'ordine”: le piazze tematiche spazzate via, manganelli e lacrimogeni contro le mani nude alzate e tinte di bianco. Ragazzi e ragazze, migranti, precari, portuali, suore, comunisti, cattolici, anarchici, libertari, autonomi: tutti massacrati senza possibilità di appello e senza sfumature, esattamente come il nero dei black bloc utilizzato per criminalizzare tutto e tutti e per inaugurare la sciagurata distinzione tra “buoni” e “cattivi”. La notizia della morte di Carlo Giuliani colpì davvero nel profondo tanti di noi, che per il giorno successivo si aspettavano una manifestazione dimessa e poco partecipata; soprattutto, si avvertiva il pericolo che la paura prevalesse sulla determinazione e sulla volontà di non arrendersi a quella brutalità. Invece il giorno dopo, sabato 21 luglio, fu una sorpresa bellissima scoprire che la partecipazione al corteo conclusivo era altissima (tanto che il numero stimato dei manifestanti è stato di circa centomila). Personalmente è stato il giorno che più mi è rimasto impresso, sia per la straordinaria risposta che quel movimento seppe dare, sia per quello che ho subito. Infatti la brutalità e l'arroganza delle forze di polizia non sembrò minimamente scalfita da ciò che successe il giorno prima e sin da subito le migliaia di militari presenti in assetto di guerra, con manganelli, incessanti e fitti lanci di lacrimogeni (lanciati anche dagli elicotteri e dalle barche ancorate al largo del porto di Genova...), cominciarono a caricare l'immenso corteo che dal lungomare voleva concludersi verso il centro della città. Nel vano tentativo di proseguire il percorso del corteo, come tanti altri compagni dei Giovani Comunisti e del Partito della Rifondazione Comunista con i quali avevo preso parte alla mobilitazione genovese, ad un certo punto siamo stati direttamente puntati e inseguiti da due autoblindo della polizia, che ci hanno costretto a scappare in un piccolo vicolo cieco con il ripetuto rischio di essere travolti o schiacciati contro i muri delle case. Rimasti in una decina, per salvarci dalle manganellate degli agenti scesi rabbiosamente dagli autoblindo, non ci rimase altra scelta che buttarci da una ringhiera di legno che dava su un piccolo giardino. Aiutando prima gli altri a buttarsi di sotto – la maggior parte dei quali era già ferita ed uno in particolare aveva la testa spaccata e sanguinante – mentre per ultimo tentavo di farlo, sono stato tirato dallo zaino - che portavo in spalla - da un poliziotto, che mi ha buttato a terra e ripetutamente preso a calci, manganellato e pesantemente insultato e minacciato di morte: picchiato, insultato, minacciato e manganellato non soltanto da lui, ma da almeno altri due suoi colleghi. Nel momento in cui si sono allontanati da me per pochi secondi, molto probabilmente per aprire il portellone dell'autoblindo da cui erano scesi, probabilmente per arrestarmi, ho avuto la forza e la lucidità di riuscire ad alzarmi e lanciarmi oltre la ringhiera finendo di sotto fra gli altri miei compagni. I poliziotti nel frattempo continuavano a urlare e a minacciarci e, pistole in pugno, ci promettevano di farci fare la stessa fine di Carlo Giuliani. Ad un certo punto ci siamo resi conto che ci eravamo buttati nel giardino di una piccola clinica, la cui responsabile dopo un po' di tempo è uscita. I poliziotti le hanno immediatamente urlato di aprire il cancello del giardino, in modo tale da poter prenderci tutti, ma fortunatamente questa Signora si è opposta con determinazione alla polizia, ribadendo più volte che quella era una proprietà privata e che non avevano nessun motivo di entrare lì. Dopo circa una mezz'ora finalmente i poliziotti hanno deciso di allontanarsi e noi, feriti e malconci, siamo riusciti a metterci in salvo.

L'incubo sembrava finito ma ripartire da Genova per tornare in treno a Bologna non è stato affatto facile: più che le manganellate e i colpi subiti dai poliziotti, pesava maggiormente la situazione complessiva di accerchiamento continuo che subivamo. La stazione ferroviaria circondata da polizia e carabinieri, militari sui binari a provocare di continuo i manifestanti, l'elicottero che girava e rigirava sulle nostre teste puntandoci il faro in faccia: tipiche situazioni che possono precedere un possibile arresto di massa. In contemporanea arrivava, tramite alcuni compagni, la notizia dell'irruzione alla Scuola Diaz da parte della polizia.

Tutte cose che capimmo bene nei giorni successivi, così come le violenze inflitte ai ragazzi e alla ragazze fermati e sequestrati nella Caserma di Bolzaneto.

A distanza ormai di dieci anni alcune responsabilità di dirigenti e funzionari delle forze di polizia sono state individuate dalla magistratura (ad esempio per ciò che è successo alla Diaz e a Bolzaneto); purtroppo però, anche grazie a “facili” archiviazioni e furbeschi depistaggi, nessuno ha veramente pagato per quello che è successo (anzi, alcuni poliziotti responsabili sono stati addirittura premiati!) e molti ancora devono rispondere di tante cose, in primis dell'omicidio di Carlo Giuliani.

Repressione per mettere fine ai sogni, alle passioni e alle speranze.

Tentano di farlo sempre, anche nei giorni scorsi in Val di Susa ci hanno provato: lacrimogeni e manganelli contro chi si oppone alla violenza perpetrata nei confronti del proprio ambiente e del proprio territorio. Ma proprio quando i sogni, le passioni e le speranze sembrano definitivamente abbattute e sconfitte, ecco che avviene “il miracolo”: di colpo le parole d'ordine che urlavamo per le strade di Genova dieci anni fa, tornano prepotentemente d'attualità e, come è avvenuto con i Referendum del 12 e 13 giugno scorso, gli slogan possono tradursi in realtà, dimostrando che un altro mondo è davvero possibile.

martedì 28 giugno 2011

PERCHE' L'AZIONE SIA SORELLA AL SOGNO

Rocco Scotellaro: sindaco, poeta e rivoluzionario



PERCHE' L'AZIONE SIA SORELLA AL SOGNO



di Agostino Giordano



Articolo pubblicato su “Nuova rivista letteraria” - semestrale di letteratura sociale

n.3 – maggio 2011



Oggi apparirebbe come un evento strano e assurdo, forse impensabile, ma in Italia, nel secolo scorso, è accaduto. È accaduto nel 1946 in Italia meridionale, precisamente in Basilicata, in una regione considerata da Carlo Levi “senza storia e senza stato”, che il regime fascista aveva utilizzato come terra di confino. A Tricarico, in provincia di Matera, fu eletto sindaco un poeta socialista che aveva appena ventitrè anni: Rocco Scotellaro.

Franco Fortini, intervenendo durante un convegno organizzato a Matera nel febbraio del 1955 da Raniero Panzieri – per conto del Partito Socialista Italiano (di cui ne era responsabile culturale) – tracciò una descrizione, del “sindaco – poeta”, intensa e appassionata ma allo stesso tempo severa e rigorosa. Scorrendo le parole di Fortini scopriamo che “Vi fu un giovane, figlio di povera gente di un povero paese del sud, che negli anni della vergogna e della speranza del suo paese seppe inserire il suo bisogno di bontà e di giustizia nelle forme di un secolare moto politico; e agire per il socialismo. Il dolore del passato del suo popolo e quello del suo presente, gonfio di interrogativi, di tradimenti e di angosce collettive ed individuali gli hanno dettato alcuni versi puri e liberi. Leggeteli e sperate. Il suo cuore è anche il vostro. Ed agite perché la fraternità non sia solo un sentimento; perché i poeti, per esistere, non debbano essere come cardellini accecati; ma perché la fraternità sia nelle cose, nelle istituzioni, nel pane che mangiate e nel vino che bevete, perché l'azione, come disse cent'anni fa un grande poeta francese, sia sorella al sogno. Quel giovane si chiamava Rocco Scotellaro”1.

Chi è stato dunque questo giovane poeta lucano che, a detta di Franco Fortini, incarnò l'anelito romantico del grande Baudelaire?

Rocco Scotellaro nacque a Tricarico nel 1923 da una famiglia povera e riuscì a portare avanti gli studi, ottenendo la maturità classica, attraversando diverse scuole e città. Nel 1942 frequentò per un breve periodo la facoltà di giurisprudenza a Roma, poi, a causa della morte del padre e della guerra, tornò nello stesso anno a Tricarico, dove cominciò un'intensa attività sindacale, continuando gli studi prima a Napoli e poi a Bari. Nel 1944 fondò – proprio a Tricarico - la sezione del Partito Socialista e nel 1946 venne appunto eletto sindaco. Con una breve interruzione nel 1948, ricoprì la carica di sindaco – molto amato dalla popolazione contadina - fino al 1950. Essendo una figura scomoda per i notabili ed i latifondisti locali, fu ingiustamente arrestato con gravi accuse (concussione, truffa e associazione a delinquere), incarcerato per circa quaranta giorni e poi assolto, con formula piena, per non aver commesso il fatto. Tra il '49 e '50 partecipò alle lotte per la terra, contro il latifondo e per la riforma agraria, divenendo una figura simbolica del mondo contadino lucano e meridionale, nonché importante punto di riferimento progressista degli ambienti politici e intellettuali italiani. Scrittore, poeta, saggista e giornalista – oltre che politico e rivoluzionario – il 15 dicembre 1953, Rocco Scotellaro morì prematuramente, all'età di trent'anni, a Portici, vicino a Napoli, dove, per conto di Manlio Rossi-Doria conduceva ricerche sociologiche e studi politico – economici. La gran parte delle sue opere fu pubblicata dopo la sua morte ed ottenne diversi riconoscimenti (nel 1954 vinse i premi Viareggio e San Pellegrino). Di queste le più importanti e conosciute sono: E' fatto giorno (raccolta di poesie scritte fra il 1940 e il 1943 e pubblicata per la prima volta nel 1954), Contadini del Sud (sempre del1954, sono una serie di racconti in cui traspare una vera e propria inchiesta sociologica), L'Uva Puttanella (romanzo autobiografico rimasto incompiuto a causa della sua morte e pubblicato nel 1955), Margherite e rosolacci (un'altra raccolta di poesie pubblicata nel 1978). Scrisse anche un opera teatrale, Giovani soli (pubblicata nel 1984). Rocco Scotellaro è stato un autore continuamente “scoperto” e “riscoperto”, sottovalutato prima e rivalutato poi, le cui opere inedite sono state pubblicata addirittura fino a oltre trent'anni dalla sua scomparsa. Diversi furono gli intellettuali che apprezzarono e coltivarono il talento di Scotellaro. Quelli che per primi gli aprirono le porte del mondo culturale italiano furono Carlo Levi e Manlio Rossi-Doria, entrambi confinati in Lucania dal regime fascista e conosciuti da Scotellaro nel 1946 ed entrambi profondi conoscitori della Basilicata rurale e contadina, terra di stenti di fame, di fatica, di solitudine, dominata dal “familismo amorale” (per dirla con Banfield), popolata dagli spettri dei briganti e mai raggiunta nemmeno da Cristo, che per un destino beffardo della storia decise di fermarsi a Eboli.

Quella di Scotellaro fu dunque una voce libera, genuina, laica e poco incline all'ortodossia. Per tali ragioni “scoperta” e valorizzata tardivamente anche dal Partito Comunista Italiano, che preferiva l'organicità granitica di altri intellettuali meridionali al pessimismo “verista” e libertario di Scotellaro.

Affidandoci nuovamente all'analisi che Franco Fortini opera sui versi di Rocco Scotellaro, possiamo anche noi scoprire, ad esempio, che il ritmo della poesia La casa viene paragonato al ritmo dell'ultima pagina dei Malavoglia di Verga2

Nelle poesie di Scotellaro, che Eugenio Montale considerò “tra le piú significative del nostro tempo”, c'è il pessimismo e la disperazione dei contadini abbandonati al loro destino sulle terre durissime e difficili da “lavorare”, ma anche la rivolta anarchica, il riscatto, il socialismo e la speranza. Infatti in alcuni sui celebri versi (forse i più conosciuti), “lungo il perire dei tempi/ l'alba è nuova, è nuova”. Significativo è l'autoritratto che abbozza nella poesia La mia bella patria: “Io sono un filo d'erba/ un filo d'erba che trema./ E la mia Patria è dove l'erba trema./ Un alito può trapiantare il mio seme lontano”.

Tra versi che ci raccontano di “comizi volanti” e di sere disperate in cui si rincorrono e si perdono amori, piccole gioie, dolori, paesaggi e volti di contadini lucani ma anche di genti incontrate durante il peregrinare fra svariati luoghi d'Italia, scopriamo che terribile fu la delusione all'indomani del voto del 18 aprile 1948 che consegnò, più o meno definitivamente, l'Italia alla Democrazia Cristiana ed in cui le sinistre furono sconfitte. Infatti la poesia Pozzanghera nera il diciotto aprile che così si conclude: “(...)/Noi vogliamo i soviet, i soviet dei pezzenti/ quelli che strappano ai padroni le maschere coi denti”.

Il mondo contadino di Rocco Scotellaro non c'è più ormai da tanti anni, ma il suo messaggio è attuale come non mai, la lotta difficile e necessaria contro la precarietà della vita, le ingiustizie sociali e le prevaricazione dei potenti e degli odierni notabili. Allo stesso modo è più che mai necessaria l'esigenza di coniugare l'iniziativa politica con l'iniziativa culturale, per far sì che i militanti - “poeti” non siano eccezioni, ma sistematici modi di essere per chi oggi si propone di praticare un'alternativa politica e sociale.

Per concludere dunque è opportuno citare, ancora una volta, altre parole di Franco Fortini, un altro grande scrittore - militante: “Rocco è la voce di uno di noi che, come noi, ha sentito e sofferto, premendo le labbra contro il saccone di crino o di foglie dei suoi contadini e di sua madre, quali possibilità illimitate siano aperte agli uomini. Con il suo tremore di fronte ad una grandezza che ancora non si sa liberare, con la sua speranza di mantenersi integro, di non tradire e di superare il tremito delle proprie labbra, egli ha fatto alcuni versi che abiteranno la nostra memoria. A lui sarebbe bastato; ma, se a noi non può bastare, dobbiamo andare avanti e portarlo con noi”3. Ancora oggi, continuiamo a leggerlo e a portarlo con noi, affinchè l'azione sia sorella al sogno.



1 Franco Fortini, La poesia di Rocco Scotellaro, Basilicata editrice, 1974, Roma - Matera pagg. 54-55



2 Ibidem, pag. 24



3 Ibidem, pagg. 58-59