domenica 26 dicembre 2010

Buon Natale alla democrazia

don Andrea Gallo augura a tutti e tutte Buone Feste!

Ecco l'articolo di questa settimana per la rubrica "La Buona Novella" , ogni giovedi su La Repubblica Genova - tratto da http://www.sanbenedetto.org

Buon Natale a tutti. Sul vecchio anno che muore, nasca la speranza nel cuore delle donne e degli uomini di buona volontà. Aumentano i poveri che accorrono alla capanna di Gesù, mentre chi detiene il potere trama nell’oscurità e una consistente “porzione” delle città si rifugia cinicamente nell’indifferenza [...]

Non può scomparire il senso della Storia, l’ebbrezza delle attese, il gaudio dell’abbandono in Dio, il Bene Comune. Buon Natale al presidente Merlo e ai suoi collaboratori per il coraggioso sforzo di rilanciare il porto. Buon Natale agli operatori marittimi: “Dimostrate le vostre capacità imprenditoriali”. Buon Natale a tutti gli onesti piccoli e grandi imprenditori, commercianti, artigiani, cooperative che difendono la dignità del lavoro. Buon Natale al consiglio regionale, provinciale, comunale: “Dal primo gennaio potete scrivere un nuovo “libro bianco”. Ricordate che gli italiani si stanno lentamente svegliando dal sonno e si ricorderanno che la democrazia la fanno i cittadini. Buon Natale al Signor prefetto: Palazzo Spinola è il presidio di tutto l’ordine democratico costituzionale.



Buon Natale alla magistratura: “Rispondete al pernicioso Diritto della forza con la Forza del Diritto”. Buon Natale ai Partiti: è stato creato un “vuoto” dalla prima alla Seconda Repubblica. Possiate riempirlo abbandonando lo stile di aggressività e di volgarità verbale e comportamentale. E’ indispensabile arrestare la caduta di sensibilità culturale e morale e lo smarrimento barbarico della vita pubblica. I parlamentari che hanno votato la recente fiducia non sono sfiorati da nessun dubbio? Forse le perplessità nascono tra gli oppositori? Buon Natale ai movimenti di studenti, di lavoratori, dei Centri sociali. Grazie per averci fatto riscoprire l’indignazione trasformata in rabbia per la conclamata assenza di futuro e di fronte all’arroganza menzognera. Da tanti anni nessuno vi ha ascoltato. E ancora possibile un dialogo? Con chi? Non vi abbandoni la creatività. Buon Natale ai detenuti nelle carceri I.

E “perdonateci!” Le vostre “discariche sociali” gridano Giustizia. Sono numerosi coloro che vi ascoltano. Buon Natale ai Soldati in “missione di Pace”: ci volete spiegare di quale pace si tratta? Cittadini in divisa impegnati seriamente in terra straniera.. Con i vostri onorati Caduti ci vogliamo confrontare col Parlamento, con la Nato, con l’Onu, per inaugurare un’autentica strategia di Pace? Buon Natale ai teatri, a Palazzo Ducale, ai musei, al Porto Antico e a tutte le iniziative culturali,, musicali, ricreative. Nonostante la crisi non vi siete fermati. Buon Natale a tutti coloro che preparano un pasto caldo per il corpo e per l’anima alle sorelle e ai fratelli in gravi difficoltà. Prepariamoci a passare dalla solidarietà assistenziale, alla solidarietà liberatrice: estendere i “diritti” a tutti i cittadini rispettando la Costituzione.

Buon Natale al Governo: cambiate slogan: Basta! Non diteci: “Non ci sono soldi”. Non è vero che tali scelte siano obbligate, colpendo le fasce più deboli e i servizi essenziali, i trasporti. I soldi si trovano per foraggiare la casta politica con la sua “parentopoli” e l’alta dirigenza e il gioco illecito degli appalti mafiosi per le grandi opere, le spese militari e condoni per i capitali all’estero e la manipolazione dei bilanci di numerose aziende. Buon Natale all’istituzione ecclesiastica: uscire dall’ambiguo contesto politico – sociale. Smettere di sminuire le malefatte dei governanti in nome della “stabilità” per inseguire nuovi privilegi e difendere quelli acquisiti.

Tra i “valori non negoziabili” c’è il messaggio dirompente di Gesù? Ho imparato da Monsignor Tonino Bello. Non posso augurare “Buon Natale” senza dare qualche disturbo. Mancherei al mio dovere di “Prete”. Il Bambino che dorme sulla paglia ci tolga il sonno e ci faccia sentire il nostro cuscino duro come un macigno, finché non ci saremo inventati una carica di donazione, di preghiera, di silenzio, di coraggio. Se vogliamo vedere “una grande luce” dobbiamo partire dagli “Ultimi”. Un augurio sincero a tutte le coscienze e a tutti i cuori: ritroviamo lo stupore, “il tepore”, lo spazio per pensare a quell’evento che rovesciò la Storia.

Auguri a chi offre un pasto caldo per il corpo e per l’anima di chi è in difficoltà.

Genova, 23 dicembre 2010

don Andrea Gallo

lunedì 6 dicembre 2010

Quagliarella: «Juve, cerchi ancora un bomber?»

Tratto da www.tuttosport.com

L'attaccante bianconero: «Nelle squadre dove gioco lo cercano sempre. Amauri sarà il nostro acquisto di gennaio». Pepe: «Pronto a giocare anche in porta». Chiellini: «Grande gruppo»

CATANIA, 5 dicembre - La Juve è a caccia di un bomber. Dopo la prestazione di Quagliarella contro il Catania, Marotta può cercarlo anche con più calma. «Nelle squadre dove ho giocato io, cercano sempre un bomber (ride, ndr). Aspettiamo ancora Amauri - dice l'attaccante bianconero a Sky - che deve recuperare dall’infortunio ed è un giocatore fondamentale per noi. Sarà lui il nostro acquisto di gennaio».

FIUTO DEL GOL - Quest'anno trova la rete con più facilità: «Forse perché sono più nel vivo del gioco, il mister mi fa giocare nel mio ruolo, a me piace molto partecipare alla manovra e stando sempre in partita, spesso e volentieri cerco il gol. E fortunatamente lo trovo. Non era facile vincere su questo campo perché il Catania non perdeva in casa da più di un anno».

NAPOLI - Domani non può sperare in una vittoria del Napoli, che con tre punti aggancerebbe la Juve: «Io sono sempre tifoso del Napoli però in cuor mio spero in un pareggio. Staremo a vedere».

PEPE - Protagonista della vittoria sul Catania, anche Simone Pepe, autore del gol del vantaggio: «E' un buon momento per me e per la Juve. Personalmente sono contento, ho fatto un bel gol. Sono un giocatore generoso e ci sta di sbagliare qualche appoggio. Ma mi hanno fatto passare per un corridore e basta. Questa è una Juve pratica, solida, ha fatto una grande partita. Io titolare? Mi aspetto sempre di esserlo, perché questo è il nostro lavoro. Terzino destro? Io alla Juve sarei pronto a giocare anche in porta. Decide il mister, che ha trovato anche Sorensen che sta facendo molto bene».

CHIELLINI - Soddisfatto anche Giorgio Chiellini: «L'1-1 non si doveva prendere, però guardate le nostre esultanze. Si vede che stiamo creando un grande gruppo. Nella nostra crescita però, dobbiamo evitare situazioni come quelle del pareggio subito». Chiellini fa capire di non volersi fermare e spera che la Serie A non scioperi: «Ho sentito parlare Albertini e Beretta per me i margini per l'accordo ci sono. Bisogna mettere da parte le battaglie personali. Evitiamo lo sciopero».

Il 14 dicembre tutti "Uniti contro la crisi"!

CI SAREMO. PER LA POSSIBILE ALTERNATIVA

di Roberta Fantozzi - segreteria nazionale Prc

"E' iniziata l'era del conflitto" stava scritto sullo striscione che gli studenti hanno srotolato a Termini durante le mobilitazioni contro il ridisegno privatistico e classista dell'Università. Quelle mobilitazioni sorprendenti per ampiezza, determinazione ed intelligenza, che non si sono fermate dopo l'approvazione alla Camera del Ddl Gelmini, che hanno conquistato un primo risultato "imponendo" lo slittamento della discussione al Senato a dopo il voto sulla fiducia del 14 dicembre, che continuano a crescere nelle scuole e nelle università del paese. L'era del conflitto si contrappone all' epoca Dopo Cristo di Sergio Marchionne: al disegno che, nella crisi, vuole spazzare via ogni conquista del movimento dei lavoratori, ogni diritto sociale, in nome della "guerra" tra imprese in competizione sul mercato globale. In quello slogan è contenuta tutta la consapevolezza e la determinazione del movimento degli studenti, sulla partita aperta, una partita che riguarda la scuola e l'università, ed insieme i diritti del lavoro, il welfare, la democrazia. Una partita che riguarda il futuro dei livelli di civiltà, in Italia e in Europa: l'esito di una crisi che domanda la costruzione di un'alternativa di modello sociale e a cui invece si risponde accentuando le politiche che alla crisi hanno portato, dentro un'idea di società neocastale. Farla finita con l'idea del diritto al sapere, bene comune per eccellenza e costruire una scuola ed un'università dell'esclusione, in mano agli interessi privati delle imprese. Farla finita con i contratti collettivi e i diritti del lavoro: con le newco, la destrutturazione della contrattazione, il collegato lavoro. Farla finita con i diritti sociali, attaccati pesantemente dalle manovre del governo e che il nuovo patto di stabilità europeo che ci si appresta a firmare a metà dicembre, vuole distruggere definitivamente: scaricando su pensioni, sanità, servizi sociali, il debito della speculazione finanziaria. I movimenti che hanno attraversato il nostro paese, le lotte nei luoghi di lavoro, per la scuola e l'università pubblica, contro la privatizzazione dell'acqua, il nucleare e le grandi opere, le lotte per "il futuro bene comune" sono la buona notizia di questi mesi. La mobilitazione del 16 ottobre è stata un momento di connessione importante di quelle lotte che domandano una continuità, domandano di pesare sull'agenda politica e di costruire un'altra politica, che riapra una possibilità di trasformazione. Il 14 dicembre la rete "uniti contro la crisi" costituita da realtà di movimento, esperienze sociali, singole e singoli ha promosso una giornata di mobilitazione per circondare il Parlamento e far vivere le ragioni della "sfiducia" della società e dei movimenti al governo Berlusconi. Una grande assemblea popolare sotto Montecitorio, una mobilitazione in tutti i territori, come esercizio di democrazia, domanda di un'alternativa incompatibile con governi "tecnici", di "transizione" , "di responsabilità nazionale" magari incaricati di fare le manovre che "l'Europa ci chiede". Per mandare via Berlusconi e il berlusconismo. Per lo sciopero generale. Per ricostruire la possibilità di un'alternativa. Noi ci saremo.

martedì 22 settembre 2009

Sulla strage di Kabul, fuori di retorica

di Paolo Farinella prete - dal sito www.dongiorgio.it

Proemio
Genova sabato 19 settembre 2009. Oggi è giorno di lutto per la democrazia: la manifestazione per la libertà di stampa è stata rinviata per non turbare la sceneggiata del cordoglio nazionale per la morte dei sei militari italiani uccisi insieme a 20 innocenti afghani. Il governo e il suo impresentabile presidente vi sta inzuppando il biscotto a piene mani perché rallenta la pressione dell’opinione pubblica e distrae dalla drammatica situazione in cui versiamo.
Per il secondo giorno consecutivo ho conati di rigetto di fronte alla millanteria nazionale-diaticopoliticop
atriottarda di esaltazione di sei poveri sventurati che sono andati a morire inutilmente per rimediare un disgraziato lavoro negato da quel governo che li ha usati come carne da macello per la gloria del capo svergognato che ora li usa come “eroi” per tacitare un dissenso che si allarga sempre più.
Ieri, esasperato da tanta improntitudine e falsità ho spedito a MicroMega il seguente pensiero che ora spedisco a voi. I toni e i contenuti sono volutamente contenuti per rispetto a tutti i morti e perché in questa retorica senza senso trovo un atteggiamento diabolico e disumano.
La guerra non crea eroi, ma solo vittime e se qualche eroe è necessario, bisogna scegliere i 20 afghani “innocenti” che erano lì per caso e sono stati falcidiati, mentre i soldati italiani era lì armati per fare “il loro dovere”, cioè occupare un Paese straniero che essi hanno consegnato nelle mani di un dittatore corrotto come Karzai.
Se sono eroi questi figli della fame e dell’ignominia, cosa devono essere le migliaia di persone innocenti bombardate senza discriminazione di sesso, di età, di colpa o di ragione? Chi piange questi morti inutili è complice della guerra ed è nemico della democrazia.
Il governo ha stabilito il lutto nazionale per lunedì e un minuto di silenzio: io non farò lutto e non faro silenzio perché rifiuto questa mistificazione nazionale. La moglie di uno dei morti ha detto di essere orgogliosa del lavoro di suo marito: ebbene, sono parole sue, non mie. Sia dunque orgogliosa anche della sua morte e domani, se ha figli, lo racconti loro e dica chi erano i “nemici” che hanno ucciso il padre e spieghi loro chi lo ha mandato e per quale motivo. Aggiunga che la presenza del padre armato ha contribuito ad estendere il potere dei talebani e di quelli che essi chiamano “terroristi”.
Quale democrazia hanno difeso questi soldati, quella del corrotto Karzai o quella del corruttore e corrotto Berlusconi? In questi giorni di lutto nazionale, sospendo moralmente la mia appartenenza all’Italia e mi tiro fuori da ogni complicità da queste nefandezze, travestite da eroismo. Forse le mie parole che precedono e quelle che seguono susciteranno stupore e scandalo in qualcuno: ebbene, passi oltre e non se la prenda: sono infatti certo di essere nel giusto, in buona coscienza.
Di seguito il pensiero pubblicato su MicroMega il 18 settembre 2009.
Paolo Farinella, prete

da Micromega
La strage di Kabul
e la strage della libertà di stampa

di Paolo Farinella, prete

I titoli di quasi tutti i giornali, dei tg e dei commentatori sono unanimi: «Strage di Italiani in Afghanistan: 6 militari uccisi». Ecco il modo ideologico di leggere e dare false notizie per vere. La «strage» riguarda 20 afghani e 6 militari, tutti uccisi nello stesso istante e con le stesse modalità; poi vi sono oltre 60 feriti afghani e 4 militari italiani. I feriti italiani sono stati rimpatriati per le cure necessarie, gli afghani sono rimasti per strada e se non interviene Emergency restano lì ad aumentare il numero dei morti afghani.

A costo di apparire cinico (e non lo sono) non riesco a piangere questi morti «italiani», isolati dal loro contesto reale. Mi dispiace e sono addolorato che qualcuno debba morire così e per le loro famiglie che adesso avranno un vuoto esistenziale e affettivo che nessuno potrà riempire: non le parole d’ordinanza della retorica politica che subito ne ha fatto degli «eroi» in appoggio ad una politica miope, demenziale e incivile che pretendeva di esportare la democrazia con le armi e assicurare la sicurezza seminando morte tra la popolazione inerme afghana. Morti inutili, morti senza senso.

No! Non ci sto! I soldati morti sapevano che potevano morire (fa parte del loro mestiere), ma sono andati ugualmente per scelta e per interesse economico, cioè per guadagnare di più. So anche che molti vanno per il brivido della guerra, per dirla alla popolana per menare le mani e sperimentare armi nuove e di precisione. Dov’è l’eroismo nell’uccidere sistematicamente, per sbaglio o per fuoco amico, civili che a loro volta sono vittime nel loro paese e vittime degli occupanti stranieri?

Dopo 8 lunghi anni di guerra, quali risultati ha portato la peacekeeping o la peacemaking? Se si chiama «peace» lo sterminato stuolo di mutilati, di affamati, di morti, come si deve chiamare la «guerra» o per dirla alla moderna la «war»? Prima che arrivassero Bush e i suoi valvassini in Afghanistan i talebani erano considerati «occupanti»; ora dopo 8 anni di occupazione occidentale, il popolo tifa per i talebani e potenzia le divisioni tribali che hanno portato ad un aumento di potere dei «signori locali della guerra » che hanno imposto la loro legge, aumentato la coltivazione del papavero e diffuso capillarmente la corruzione.

Dopo 8 anni di «peace-keeping» l’Afghanistan si trova con un presidente fantoccio, Karzai, corrotto e corruttore, che sta lì perché ha imbrogliato almeno un milione e mezzo di schede elettorali, che per vincere e avere i voti dei capi tribù ha introdotto nel diritto «democratico», difeso dalle armi occidentali, il diritto del marito di stuprare, violentare, picchiare e anche uccidere la moglie e le donne in sua proprietà. E’ questo l’obiettivo per cui sono morti i militari italiani, inglesi, spagnoli, tedeschi, e americani? Ne valeva la pena!

Sono morti inutili, morti che dovrebbero suscitare vergogna in chi li ha mandati e lì li ha tenuti e anche in coloro che vi sono andati per scelta libera e volontaria per avere uno stipendio proporzionato. No! Non sono eroi, sono vittime come sono vittime i morti afghani, come sono vittime i talebani usati dall’occidente quando venivano comodo contro i Russi e da questi, a loro volta, armati quando servivano alla bisogna; mentre ora i beniamini di ieri sono i nemici di tutti.

I funerali si Stato di questi sventurati morti per nulla o per la vanagloria dei loro fantocci governanti, come i 19 morti di Nassiriya, sono a mio avviso l’appariscenza di una retorica vuota e colpevole perché incapace di fare politica e politica di pace. Il potere assatanato si serve ha bisogno di carne da macello che poi copre con gli onori di Sato: tanto pagano sempre i cittadini «sovrani» che non contano nulla.

La strage di Kabul, in Italia, ha interrotto «la democrazia», facendo spostare la manifestazione a favore della libertà di stampa di sabato 19 settembre 2009 ad altra data. E’ il segno della mistificazione. Queste morti sono funzionali al governo che così raffredda la piazza, allontana un colpo di maglio sferrato dalla società e il presidente del consiglio, l’amico di Bush e Putin, riprende la scena, mostrandosi affitto e piangente ai funerali «dei nostri ragazzi», espressione orrenda che nega la verità dei fatti e conferma le ragioni che vi stanno dietro: questi «ragazzi» sono i militari di carriera che sono andati da sé in un Paese in guerra e sono andati armati. Non sono «ragazzi», sono consapevoli e responsabili delle loro scelte e delle loro morti.

Spero che i figli e le famiglie non me ne abbiano perché il modo migliore per onorare i morti è continuare a garantire i diritti di tutti, non solo quelli di qualcuno, creando le condizioni perché questi diritti possono essere esercitati. Un pilastro della democrazia è la libertà di stampa e la libertà totale di criticare il governo. La «strage» di Kabul ha colpito in Italia, a 4.000 km di distanza, uccidendo insieme agli innocenti Afghani e ai soldati italiani, quella democrazia che solo un pazzo poteva è pensare esportare. In compenso si è saputo uccidere la democrazia italiana: chi ha deciso di spostare la manifestazione del 19 settembre è diventato complice della strage di Kabul, estendendola fino a noi. Ora la guerra è totale.

Poveri morti, diventati la foglia di fico di un potere inverecondo che si nutre solo di rappresentazione vacua e vuota, effimera e assassina. No! non faccio parte del coro.

(18 settembre 2009)

giovedì 2 luglio 2009

Alcune considerazioni sul voto in Emilia-Romagna

di Agostino Giordano – Segreteria Prc Emilia-Romagna

Testata/Fonte: www.comunistinmovimento.it

Per poter elaborare alcune considerazioni sugli esiti delle recenti elezioni Europee e amministrative nei territori emiliano – romagnoli, occorre necessariamente guardare prima qualche dato di carattere generale. La Lista Comunista e anticapitalista (Prc – PdCi – Socialismo 2000) ottiene complessivamente, alle europee, il 3,4% dei consensi elettorali. La nostra lista consegue il risultato più basso e peggiore in assoluto proprio nella circoscrizione Nord-orientale (che, oltre all’Emilia Romagna, comprende anche Trentino Alto Adige, Veneto e Friuli Venezia Giulia) con appena il 2,3% dei consensi – pari a 148.670 voti. Per quanto riguarda le altre circoscrizioni il dato è sensibilmente diverso: nord-ovest 3%; centro 4,5%; sud 4,1%; isole 2,8%. *

In tutta la regione Emilia Romagna i voti ottenuti sono 77.364, pari al 3,1%, una percentuale che certamente alza il livello di consensi complessivo ottenuto nell’intera circoscrizione (a fronte dell’1,2% del Trentino Alto Adige, dell’1,8% del Veneto e del 2,5% del Friuli Venezia Giulia).

Per quanto riguarda le diverse province della regione, il dato concernente il voto per le europee alla lista comunista sembra abbastanza omogeneo, tranne che per le province di Rimini e Bologna in cui si scende sotto il 3% (Piacenza: 3,17%. Parma: 3,46%. Reggio Emilia: 3,42%. Modena: 3,06%. Bologna: 2,74.%. Ferrara: 3,21%. Ravenna: 3,36%. Forlì-Cesena: 3,23%. Rimini:2,87%)

Anche se il dato dell’Emilia Romagna è superiore rispetto alle altre regioni del Nord-Est, ciò non deve trarre in inganno rispetto ad una quasi totale omogeneità concernente i territori di questa circoscrizione, organici ormai al modello settentrionale delle piccole e medie imprese, il terreno più fertile per l’imponente e spavalda avanzata della Lega Nord.

L’eccessivo risultato ottenuto dalla Lega Nord alle elezioni europee in Emilia Romagna si traduce più o meno ugualmente e sistematicamente nelle amministrative, dove in molti comuni e province della regione, nel cuore delle cosiddette ex-roccaforti rosse (insediamenti storici del Pci e delle sinistre), i vessilli verdi “padani” hanno sventolato trionfanti proprio a discapito delle forze comuniste e della sinistra (fra cui il Prc).

Infatti, complessivamente, in Emilia-Romagna nelle elezioni comunali e provinciali, più o meno in sintonia con la media dei risultati ottenuti nel resto delle regioni italiane, il Prc e il PdCi subiscono vertiginosi arretramenti, manifestando in alcune zone ottime capacità di resistenza conquistando risultati dignitosi che, seppure inferiori alle precedenti amministrative, bisogna considerarli assolutamente positivi, soprattutto se inseriti nel contesto generale della disfatta della sinistra d’alternativa (le cui cause sono ormai abbastanza note e non le ripeto in questa sede). Poiché questi risultati positivi, in una fase difficile come quella che stiamo attraversando, devono essere illuminanti segnali di incoraggiamento, è bene citarli subito. Alle provinciali di Ferrara (dove la Lega conquista il 10,18%) infatti la lista Prc-Pdci - in coalizione nel centro-sinistra - ottiene il 4,41% (9.128 voti), eleggendo un consigliere. Alle provinciali del 2004 a Ferrara il Prc ottenne il 4,82% (10.232 voti) e il Pdci 3,68% (7.807 voti): se si sommano queste due cifre la somma è di 18.039 voti che, confrontati ai 9.128 attuali, denunciano un perdita di 8.911 voti. Un’emorragia tutto sommato “contenuta” se confrontata con i dati degli altri capoluoghi di provincia emiliano-romagnoli. Sempre per quanto riguarda le provinciali di Ferrara spicca evidentemente il risultato ottenuto nel collegio “Comacchio I”, dove la lista Prc-Pdci raggiunge addirittura il 14,29% e in diversi altri collegi supera il 5%. Dal fronte estense arriva anche un altro dato incoraggiante che riguarda il comune capoluogo: infatti nelle elezioni comunali, nelle quali la Lega arriva “appena” al 6,42%, la lista Prc-Pdci, in alternativa al centro-sinistra, ottiene il 3,90% (3.163 voti) eleggendo in consiglio comunale la candidata a sindaco Irene Bregola (se confrontiamo questo dato con le precedenti comunali del giugno 2004 i voti sono pressoché dimezzati poiché il Prc aveva da solo il 4,70% con 3.901 voti e il Pdci il 4,15% con 3.446 voti).

L’altro dato in controtendenza positiva è senza dubbio quello ottenuto dalla Lista Prc-Pdci (in coalizione nel centro – sinistra) alle provinciali di Bologna (nelle quali la Lega arriva all’8,16%), dove si raggiunge il 3,60% (19.687 voti) e si elegge un consigliere. Qui l’emorragia di consensi però è altissima (anche considerando che c’erano due liste direttamente concorrenti quali il Pcl e la lista civica “Terre Libere” che ha candidato alla carica di presidente della Provincia l’ex-segretario del Prc Tiziano Loreti), in quanto alle precedenti provinciali del giugno 2004 la somma dei voti del Prc (con il 5,73%) e del Pdci (con il 2,78%) era pari a 49.372: se a questa cifra sottraiamo gli attuali 19.687 voti, la perdita di consensi è pari a 29.685 voti. Anche in questo caso ci sono stati dei collegi in cui si sono raggiunti dati abbastanza alti, come ad esempio il 6,81% di Castiglione dei Pepoli oppure il 4,60% di Minerbio. I numeri delle provinciali bolognesi sono decisamente migliori rispetto ai dati delle comunali del capoluogo regionale (dove la Lega raggiunge fortunatamente appena il 3,14%). Infatti qui la lista Prc-Pdci (in coalizione nel centro-sinistra) ottiene l’1,82% dei consensi (3.902 voti) e, nonostante, ciò elegge un consigliere comunale. Il confronto con le precedenti elezioni comunali del giugno 2004 risulta tutto sommato prevedibile e l’emorragia abbastanza contenuta, in quanto la somma dei voti di Prc (al 4,63%) e del Pdci (all’1,70%) era pari a 13.981. Di conseguenza la perdita è di 10.072 voti, gran parte dei quali sono evidentemente andati alle diverse liste concorrenti della sinistra antagonista e di alternativa (non presenti alle scorse votazioni): Lista civica di Donne - Altra Città (con candidata sindaco un’ex-assessora del Prc, che ha ottenuto soltanto lo 0.46%), Bologna Città Libera (con candidato sindaco un ex-consigliere comunale indipendente del Prc, che è arrivata appena all’1,66%, un risultato molto inferiore rispetto alle aspettative), Partito Comunista dei Lavoratori (con candidato sindaco un ex dirigente nazionale del Prc, che si attesta allo 0,39%), Lista Civica Pasquino (con candidato sindaco il politologo Gianfranco Pasquino, che raggiunge l’1,77%). A queste va aggiunta anche la lista di Beppe Grillo che, ottenendo il 3,01% (eleggendo un consigliere) ha certamente attinto anche nell’elettorato storico di Rifondazione e del Pdci.

In alcuni comuni della provincia di Bologna ha indubbiamente pagato la scelta di presentarsi in alternativa al Pd: infatti a Medicina la lista Prci-Pdci elegge un consigliere (candidato a sindaco) con l’8,05%. A Marzabotto, all’interno di una lista civica alternativa al Pd, il Prc ottiene un ottimo risultato eleggendo due consiglieri. In altri comuni invece la scelta di presentarsi in coalizione con il centro – sinistra ci ha danneggiato favorendo altre liste concorrenti a sinistra e alternative al Pd: ad esempio a Bentivoglio (dove la lista di fuoriusciti dal Prc ottiene l’11,44%), San Pietro in Casale (dove il Pcl ottiene il 4,66%, una lista alternativa di sinistra il 4,30% e Prc-Pdci in lista con il Pd non eleggono nulla) e Ozzano (dove il Pcl elegge un consigliere con il 5,37% e Prc-Pdci non eleggono nulla).

Tornando al resto della regione e considerando soltanto le elezioni provinciali e quelle comunali dei capoluoghi di provincia possiamo osservare che i risultati sono ancora più negativi delle cifre sinora prese in considerazione, in quanto eleggiamo pochissimi consiglieri e le percentuali si abbassano ulteriormente soprattutto a causa del fatto che le liste Prc – Pdci nella maggior parte dei casi si sono presentate divise (alcune volte posizionandosi in maniera diversa o in coalizione con il Pd o alternativi a esso) e anche, soprattutto per quanto riguarda i territori emiliani (meno per quanto concerne quelli romagnoli), a causa del pesante sfondamento della Lega Nord.

Nella provincia di Piacenza, infatti, dove la Lega raggiunge il 17,23% dei consensi, il Prc ottiene il 2,73% (dimezzando grossomodo i voti rispetto alle precedenti elezioni in cui aveva ottenuto il 7,09%) e il Pdci conquista l’1,75 % (perdendo pochi voti rispetto alle precedenti provinciali, poiché aveva il 2,12%). Entrambi i partiti si sono presentati in coalizione con il centro – sinistra ed entrambi non eleggono nessuno.

Nella provincia di Parma, dove la Lega raggiunge il 14,64%, il Prc – in alternativa al centro-sinistra - ottiene il 2,18% (calando vertiginosamente rispetto all’8,80% delle precedenti elezioni), mentre il Pdci (in coalizione nel centro-sinistra) conquista il 2,54% (perdendo circa un punto percentuale rispetto alle precedenti provinciali, in quanto era al 3,24%). Entrambi i partiti non eleggono consiglieri.

Nella provincia di Reggio Emilia, dove la lega raggiunge il 15,04%, bisogna segnalare il risultato positivo del Prc che, presentandosi in alternativa al centro-sinistra, ottiene il 3,24% (dimezzando quasi i voti rispetto alle precedenti elezioni in cui aveva il 6,67%) eleggendo in consiglio provinciale il candidato presidente. Il Pdci, che correva in coalizione nel centro-sinistra, ottiene l’1,76% (nel giugno 2004 aveva il 2,77%), non eleggendo nessuno. Decisamente peggiori i dati delle comunali di Reggio Emilia, in quanto il Prc – sempre da solo e in alternativa al centro-sinistra – ottiene l’1,75 (alle precedenti elezioni aveva il 4,40%), mentre il Pdci in coalizione con il centro-sinistra conquista l’1,46% (a fronte del 6,99% che aveva la scorsa volta). Entrambi i partiti non eleggono alcun consigliere.

Alle provinciali di Modena, dove la lega prende il 14,58%, il Prc, in alternativa al centro-sinistra, ottiene il 2,43% (nel 2004 aveva il 5,74%), mentre il Pdci (in coalizione nel centro-sinistra) arretra di poco rispetto al 2004 (aveva il 2,77%) conquistando il 2,02%. A Modena, per quanto riguarda invece le comunali (dove la Lega prende l’11,01%), il Prc – sempre in alternativa al centro-sinistra – ottiene l’1,97% (precipitando dal 5,02% del 2004), mentre il Pdci – in coalizione nel centro-sinistra – raggiunge l’1,18% (perdendo pochi voti rispetto alla volta scorsa, poiché aveva l’1,39%). In questo caso le forze comuniste non eleggono alcun consigliere sia in provincia che in comune.

Altro dato positivo è quello delle provinciali di Forlì-Cesena (con la Lega all’11,15%), dove il Prc, presentatosi in coalizione con il centro-sinistra, elegge un consigliere con il 3,01% (nel 2004 aveva il 6,81%), mentre il Pdci, allo stesso modo in coalizione, ottiene l’1,16% (nel 2004 avevano il 2,64%). Al comune di Forlì (dove la Lega arriva al 9,40%) invece il dato peggiora notevolmente, in quanto il Prc in coalizione nel centro-sinistra ottiene l’1,59% (riducendo drasticamente rispetto al precedente 4,13% e non eleggendo nessuno) mentre il Pdci – in alternativa al centro-sinistra – arretra di poco con l’1,43% ( a fronte del precedente 1,97%), non eleggendo nessuno allo stesso modo.

Per quanto riguarda infine la provincia di Rimini (dove la Lega arriva al 9,09%), il Prc ottiene il 2,61% (nel 2004 aveva il 6,91%) mentre il Pdci arretra all’1,83% rispetto al precedente 3,19%. Entrambi i partiti non eleggono consiglieri.

La maggior parte degli esiti delle provinciali e delle comunali dimostra tendenzialmente che l’aver unito il Prc e il Pdci in un'unica lista ha consentito di giungere a risultati dignitosi e, in diversi casi, ha permesso di eleggere rappresentanti istituzionali.

Alla luce di questi dati, possiamo confermare che il risultato complessivamente negativo ottenuto dalle forze comuniste in Emilia-Romagna è legato principalmente all’arretramento generale e sistematico delle forze della sinistra (Pd compreso), a vantaggio principalmente della Lega Nord. Ciò deve indurre quindi i dirigenti e i militanti che si riconoscono nella lista comunista e anticapitalista a realizzare profonde riflessioni e analisi adeguate sui mutamenti socio – economici avvenuti nella regione Emilia-Romagna, che non può più essere considerata un territorio privilegiato in cui la rendita delle buone amministrazioni rosse del passato possa garantire anche per il presente e per il futuro.

In conclusione, un’altra considerazione che si può fare riguarda il deficit di radicamento sociale delle forze comuniste, vero fattore di crisi che ci spinge sempre più lontano dalle cittadine, dai cittadini, dai lavoratori, dai precari, dai migranti e rispetto alle classi sociali deboli che vorremmo rappresentare. La mancanza di autorevolezza dei gruppi dirigenti locali, la scarsa credibilità conquistata fra le soggettività colpite duramente dalla crisi, la nostra assenza dai luoghi del conflitto, l’incapacità di essere protagonisti di qualche battaglia sociale significativa, rappresentano sicuramente le cause principali del nostro arretramento regionale, che possono essere in gran parte trasferite a livello nazionale e soprattutto nei territori del Nord-Est rispetto ai quali l’Emilia-Romagna si è pressoché omologata.

L’ultima considerazione riguarda il rapporto con il Pd: allearsi o meno con il Pd a livello locale, entrare o meno in una coalizione di centro sinistra conta poco ai fini del risultato elettorale. Conta soprattutto se si è in una condizione favorevole di radicamento e di legittimazione territoriale forte. Senza dubbio aiuta presentarsi alternativi al Pd quando questo ha gestito malamente le amministrazioni locali e si è mostrato distante dai ceti deboli colpiti dalla crisi. In quei casi la collaborazione delle forze comuniste deve cessare immediatamente. Discorso diverso per quanto concerne le buone amministrazioni, dove la riconferma della nostra presenza al fianco del Pd è stata premiata dai cittadini ma che deve continuare ad essere valutata caso per caso in base alle specificità locali, nell’ambito di una nostra collocazione nazionale complessiva autenticamente alternativa a questo Pd moderato e allo sbando.



* Tutti i dati riportati in questo articolo sono tratti dalle tabelle elaborate dagli uffici elettorali Prc-Pdci e dal sito del Ministero dell’Interno.

martedì 19 maggio 2009

Giovani Comunisti/e: il nostro futuro passa anche per le urne del 6 e 7 giugno

di Agostino Giordano *

Testata/Fonte: www.comunistinmovimento.it


Accolgo molto positivamente le proposte lanciate da Simone Oggionni in un articolo pubblicato il 5 maggio scorso su Liberazione, per il rilancio delle/dei Giovani Comuniste/i. In particolar modo l’elenco e l’articolazione delle tre priorità sulle quali costruire la nostra iniziativa politica nel breve periodo sono molto utili per tradurre sui territori un’azione complessiva e sistematica che veda la nostra organizzazione protagonista sul terreno della conflittualità, in modo tale da poter avviare un serio percorso di recuperare e/o conquista di credibilità e legittimità, in maniera particolare tra le giovani generazioni, in gran parte fortemente colpite dalla crisi e vittime sacrificali della precarietà e delle devastanti contraddizioni del moderno capitalismo. Ricapitolando: campagna di massa contro gli effetti della crisi spiegandone le cause, campagna elettorale, mobilitazioni contro i “vari” G8. Tra l’altro in questi giorni, l’intensificarsi delle operazioni di guerra in Afghanistan e i conseguenti massacri di donne e bambini dimostrano come – nonostante Obama – gli Stati Uniti d’America continuino a portare avanti i loro propositi di espansione imperialista; a maggior ragione, quindi, anche la lotta contro la guerra e per il ritiro dei militari italiani dalle zone del mondo in cui sono al servizio dei comandi statunitensi, sono punti irrinunciabili della nostra agenda politica, soprattutto per tentare di ridare fiato e voce a quell’eterogeneo “movimento pacifista”, che in Italia ha raggiunto notevoli dimensioni e che ha sempre visto in prima linea i Gc e il Prc. In modo particolare oggi è necessario, soprattutto per i/le giovani comunisti/e, costruire una battaglia di massa contro il razzismo dilagante, da collegare strettamente al sostegno attivo in favore delle resistenze dei popoli contro l’imperialismo.
A mio giudizio, nel brevissimo periodo, è fondamentale concentrare i nostri sforzi affinché si realizzi e si concretizzi la seconda priorità in elenco, tentando di incrociarvi il più possibile e saldamente la prima e la terza. Infatti deve essere un nostro obiettivo - come se fosse “un’irrinunciabile linea del Piave” - il superamento, da parte della nostra lista comunista e anticapitalista, di quello odioso sbarramento fissato al 4% alle imminenti elezioni europee. Come Giovani Comunisti/e dobbiamo avere bene in mente che il nostro futuro passa anche per le urne del 6-7 giugno prossimi. Ovviamente non soltanto da quelle urne. A livello simbolico, però. superare quello sbarramento, fornirebbe fiato e ossigeno necessari alla prospettiva di rilancio del nostro partito (e al processo unitario della sinistra anticapitalista) e darebbe una forte spinta anche alla ripresa della nostra organizzazione che, a mio parere, vedrebbe decisamente facilitato il duro tentativo di rimettere gambe e testa nella nostra difficile società, per acquistare finalmente legittimità e credibilità soprattutto fra le giovani generazioni. A volte i livelli simbolici contano tanto quanto quelli concreti dell’esserci nelle contraddizioni della società e del “farsi” società. Questa è una di quelle fasi in cui il livello simbolico potrebbe contare tantissimo.
Conosco la fatica, come tanti e tante di noi, che si prova nell’allestire banchetti e gazebo sulle strade e sulle piazze delle nostre città, nel volantinare o nell’attacchinare manifesti, etc… Sono sforzi che dobbiamo fare nei prossimi giorni con maggiore intensità, collettivamente, pensando al nostro futuro di giovani comunisti/e - precari, migranti, studenti, clandestini, disoccupati, lavoratori - che sognano di essere donne e uomini in grado di costruire l’altro mondo possibile secondo i canoni della libertà e della giustizia sociale, ovvero di quel moderno comunismo che è motore trainante dei nostri ideali e delle nostre azioni.
La campagna elettorale può essere riempita dalle nostre lotte e dai nostri contenuti, dalla narrazione dei conflitti che abbiamo praticato e che stiamo praticando, proprio per dare continuità a quel filo rosso che ha attraversato le strade di Genova nel 2001 e che oggi deve essere trasmesso e consegnato a chi ha urgente necessità di affidare le sorti della propria vita a una speranza, la speranza del cambiamento e della trasformazione sociale.
Questo filo rosso fortunatamente è ancora vivo e le/i Giovani Comuniste/i continuano a tenerlo in vita nonostante le sconfitte e le scissioni, malgrado lo strapotere e l’arroganza delle destre fasciste e leghiste e tra l’inconsistenza complessiva delle sinistre. Lo vediamo vivere nei campi delle brigate si solidarietà attiva in Abruzzo o nei diversi luoghi in cui sono stati raccolti gli aiuti per le popolazioni terremotate, nei presidi di vendita del pane a prezzi popolari o nelle iniziativa di lotta in difesa del popolo palestinese, della scuola e dell’Università pubblica. Sono tutti luoghi in cui i/le Giovani Comunisti/i sono stati e vi sono tuttora, spesso in silenzio, senza clamori autocelebrativi e mediatici, sempre pronti a fare i gregari e mostrando profondo spirito di sacrificio. In molti territori contribuiscono a tenere in piedi, in maniera determinante, le strutture stesse del Partito.
I prossimi giorni saranno decisivi anche per non vanificare gli sforzi e i sacrifici compiuti soprattutto in questi ultimi mesi
Può sembrare riduttivo e qualcuno storcerà il naso, ma il nostro filo rosso passerà anche attraverso la puzza della colla dei manifesti che attacchineremo e il sudore che butteremo girando e scappando da una strada all’altra, da un paese all’altro. La speranza continuerà a vivere anche per noi GC più concretamente se la lista comunista e anticapitalista supererà lo sbarramento alle elezioni europee, se le liste unitarie otterranno dignitosi risultati nei territori dove sono state presentate e se il Prc, nei territori dove si presenta da solo, riuscirà ad ottenere percentuali credibili. Compagni e compagne, rimbocchiamoci le maniche e, oggi più di ieri, al lavoro e alla lotta!

* Segreteria regionale Prc Emilia Romagna

giovedì 6 novembre 2008

Perchè ci diciamo comunisti - di Paolo Ferrero

su Liberazione del 02-11-2008

Da un po di tempo Liberazione pubblica con grande rilievo articoli che chiedono di abbandonare il nome comunista. Al fondo la tesi riproposta in varie salse è che la parola comunismo è inutilizzabile perché l’esperienza storica concreta ne ha stravolto il significato. Tra chi propone di abbandonare il nome comunista vi è chi si pronuncia a favore del nome sinistra, chi a favore del socialismo, chi non propone nulla.Tutto questo si intreccia con un altro filone di dibattito che propone di andare oltre il Partito della Rifondazione Comunista, per fare un altro partito, per fare un’altra cosa che non sia un partito, etc.

Le argomentazioni portate mi pare ripropongano un po’ stancamente quanto già sostenuto da Occhetto e dai suoi sostenitori dopo l’89 ma tant’è, come si sa la prima volta la storia si presenta come tragedia, la seconda come farsa.Per quanto mi riguarda io la penso così:Il concetto di comunismo ha una storia che travalica le vicende del secolo breve. Non voglio qui affrontarlo.

Mi pare invece utile sottolineare come in Italia il gruppo dirigente comunista alle origini si è formato nella vicenda dell’occupazione delle fabbriche e valorizzando la costruzione dei consigli di fabbrica. Nel corso della guerra ha saputo dar vita ad un movimento di resistenza antifascista unitario e democratico che ha contribuito a liberare l’Italia e a dare al nostro paese un assetto democratico strutturato attorno ad una carta costituzionale assai avanzata. Successivamente i comunisti hanno variamente lottato e con una certa efficacia contro lo sfruttamento e per la giustizia sociale. Un terzo degli elettori italiani è arrivato a dare fiducia ad un partito che si chiamava comunista e che poneva la questione morale come punto non secondario della riforma della politica. Rifondazione comunista nel suo piccolo è stata presente nei vari conflitti che hanno percorso il paese ed è stata in grado di collocarsi positivamente nella grande stagione nel movimento no global. Il tutto cercando di intrecciare le lotte per i diritti sociali con quelle per i diritti civili, lotte operaie e lotte ambientali, lotte per la redistribuzione del reddito con le lotte contro la mercificazione delle persone, dell’ambiente, delle relazioni sociali. In altri temini la parola comunismo in Italia è legata alle battaglie per la giustizia e la libertà.

Dopo l’era craxiana non mi pare si possa dire lo stesso per la parola socialismo.La parola sinistra ha storicamente un significato positivo nel nostro paese. Ha a mio parere un difetto e cioè che si tratta di una coperta che copre molte cose. Ad esempio vi all’interno del partito democratico vi sono persone e posizioni che si definiscono di sinistra che sono però anche variamente confindustriali e per nulla anticapitaliste. La parola sinistra cioè da sola non definisce una posizione chiara dal punto di vista della divisione di classe della società ne dal punto di vista della volontà di superare il capitalismo; tant’è che negli anni scorsi abbiamo giustamente detto che esistevano due sinistre, quella moderata e quella radicale o alternativa o antagonista. Da questo punto di vista il definirsi di sinistra e comunisti mi pare rappresenti un modo chiaro per dire da che parte si sta. Siamo di sinistra ma siamo anche Comunisti, cioè lottiamo contro lo sfruttamento, quando serve anche contro il Vaticano e ci battiamo per il superamento del capitalismo.

Dirsi comunisti è quindi una risorsa per qualificare il nostro essere di sinistra. Porre il tema del comunismo siginifica porre il nodo della rivoluzione, del cambiamento radicale dello stato di cose presenti. Tant’è che quando taluni esponenti del centrosinistra affermano di non voler mai più fare accordi con liste che contengano la falce e il martello lo dicono non certo per la nostra storia ma perché siamo concretamente, politicamente, qui ed ora, anticapitalisti.Questo per quanto riguarda l’Italia. I comunisti però, in particolare quando hanno preso il potere, hanno anche fatto grandi disastri. Lo stalinismo ha contraddetto radicalmente le aspirazioni di giustizia e libertà del movimento comunista. Per questo ci siamo chiamati Rifondazione Comunista. Non solo il nome di un partito ma un progetto politico: rifondare il comunismo avendo fatto fino in fondo i conti con lo stalismo. Riconosciamo che la storia dei comunisti e delle comuniste è la nostra storia, ne abbiamo analizzato gli errori e gli orrori al fine di non ripeterli. Rifondazione e Comunista sono quindi due termini che si qualificano a vicenda, ci parlano della persistenza ma anche della discontinuità, ci parlano della contraddittorietà del nostro tentativo di andare oltre il capitalismo nel nostro essere fino in fondo uomini e donne di questo tempo.

La rifondazione del comunismo è quindi il progetto politico che abbiamo scelto quando Achille Occhetto ha sentenziato che il comunismo era solo un cumulo di macerie. Nulla vieta che altri oggi la pensino come Occhetto ma a me francamente pare che i guai che abbiamo avuto negli anni scorsi non siano derivati dal nostro nome ma piuttosto dai nostri errori politici, in primo luogo la scelta di andare al governo.Io penso quindi che oggi sia più necessario di ieri dirsi comunisti, di rifondazione comunista. E’ il nome che meglio di qualunque altro definisce qui ed ora il nostro anticapitalismo e la nostra autonomia da un ceto politico che si definisce di sinistra ma con le cui prospettive politiche abbiamo poco a che spartireE’ evidente che si potrebbe continuare ad argomentare a lungo ma voglio utilizzare lo spazio che mi resta per sollevare un paio di quesiti.In primo luogo è evidente che la discussione dovrebbe cominciare da qui, cioè dalla rifondazione comunista.

Si tratterebbe di aprire una discussione non a negativo ma a positivo. Si tratterebbe di ragionare su come rendere al meglio oggi la prospettiva comunista. Di come la nostra azione non si possa situare solo al livello politico della rappresentanza. Di come si ridefinisca la politica comunista in relazione ai movimenti, alle mille vertenzialità, alle forme di mutualismo. Di come si intreccino oggi i diversi conflitti e come possono interagire in una prospettiva di superamento del capitalismo. Di come si possa affrontare la crisi capitalistica poponendo il tema del controllo sociale dell’economia ed evitando la guerra tra i poveri. Di come si intrecci la lotta per il salario con quella per il reddito sociale con la lotta contro la mercificazione di ogni ambito sociale, e così via. Il dibattito di cui avremo bisogno non riguarda la ripetizione dell’occhettismo ma l’approfondimento della prospettiva della rifondazione comunista.

Purtroppo però Liberazione non si cimenta sul terreno della rifondazione comunista ma su quello del suo superamento.In secondo luogo è bizzarro che il giornale del partito della rifondazione comunista metta in prima pagina il dibattito sul superamento del comunismo e a pagina 19 gli articoli in cui alcuni dirigenti del partito avanzano proposte politiche e cercano di far avanzare il progetto di rifondazione comunista.